Quanta verità, quanta menzogna può tollerare la mente umana prima del suo collasso deumanizzante?¹
“Ciò che contrasta concorre e da elementi che discordano si ha la più bella armonia”
— Eraclito, 24“Armonia dell’invisibile del visibile è migliore”
— Eraclito, 27
Salvatore Freni²
È una domanda radicale, anche provocatoria, perché non si tratta di quantità concrete, fisiche, ma riguarda soprattutto quantità e qualità del rapporto inestricabile, enigmatico, esistente tra verità e menzogna riconoscibile dalla mente individuale, gruppale, collettiva e per quanto tempo sia possibile mantenere un soddisfacente equilibrio psichico, con una rappresentazione ben integrata di Sé e del mondo allorché entrambe venissero costrette oltre i propri limiti.
Non credo esista una soglia universale, misurabile.
Il punto di rottura dipende soprattutto da come verità e menzogna vengono vissute, elaborate e dotate di senso condivisibile.
La Storia ci insegna che la mente umana può sopportare verità e menzogne terribili quando riesce a inserirle in una struttura di significato in grado di preservarla da una frammentazione deumanizzante.
Ci insegna pure che gli umani hanno una scarsa propensione ad imparare dall’esperienza e la ricorsività dei cicli storici e la “coazione a ripetere” nel tempo Presente il tempo Passato di traumi, lutti, ferite, non sufficientemente elaborati, risolti, simbolizzati. Così il passato viene presentificato!
Per chiarezza espositiva, in via preliminare, credo utile precisare il campo concettuale dei termini comunemente usati non sempre correttamente:
- Realtà e Verità: la Realtà attiene all’ordine della cosa o del fatto per come è; Verità riguarda il piano logico, linguistico, culturale, soggetta a interpretazioni, discussioni alla ricerca di una corrispondenza con la Realtà. Nella teoria creazionista la Verità coinciderebbe con la Realtà di DIO, ricercata dai grandi mistici di tutte le culture religiose e laiche affidandosi alla straordinaria forza della loro Fede.
- Verità/Menzogna. Si può, forse, dire che il legame inestricabile “verità/menzogna” è da sempre oggetto di studi, dibattiti, riflessioni a tutti i livelli implicati nel campo delle relazioni umane (religione, filosofia, letteratura, giurisprudenza, politica, psicoanalisi, arte, ecc.). Da posizioni di contrapposizione e polarizzazione si è giunti ad una concezione di un legame consustanziale che cercherò di esplicitare brevemente.
Già aletheia degli antichi greci connotava la Verità per il carattere di inconoscibilità totale della Verità quale prerogativa di Dio, mentre appare velata, nascosta agli umani che possono scoprirla non totalmente attraverso un processo di graduale disvelamento. Anche Eraclito, l'”oscuro” sapiente della parola, che si afferma grazie al suo contrario, ritiene che l’armonia si realizza nella congiunzione degli opposti (a me evoca sempre Jung con l’enantiodromia degli opposti e la coniunctio oppositorum come raggiungimento di una unità psichica superiore nella formazione della capacità simbolica e dell’individuazione).
Freud collega il linguaggio dei sogni, dei lapsus all’enantiosemia che i filologi e studiosi delle lingue più antiche descrivevano come fenomeno per cui una parola allude ad un significato in opposizione al suo opposto. (Il perturbante).
Platone crea la “nobile menzogna” (gennaion pseudos) per una filosofia politica che attribuisce agli aristocratici e ai filosofi la funzione di gestire e affermare la verità relativa (quella assoluta è nell’iperuranio) inventando il mito (bugiardo), forse preso in prestito da un antico mito egizio, quando i Faraoni erano rappresentanti degli Dei; nel mito dei 4 quattro metalli si narra che madre-terra assegna agli umani dalla nascita: oro (a governanti e filosofi), argento (ai difensori dello Stato) bronzo e ferro (ai lavoratori che producono beni). L’accettazione pacifica di tale mito viene assunto come verità finalizzata a creare una vita armonica nella collettività.
Se, poi, la mitopoiesi si trasforma in mitomania può succedere che qualcuno possa sostenere anche oggi questa menzogna, giustificando la corsa ad accaparrarsi, con tutti i mezzi, tutto l’oro possibile per affermare la propria onnipotenza, come nuovo Faraone inviato da Dio.
Invece Edipo e lo stesso Socrate, ricercatori estremi di Verità, fanno una brutta fine perché peccatori di ubris (tracotanza, arroganza) contro Dio, creatore e custode unico della Verità assoluta.
Machiavelli giustificherà la ragione di Stato per cui è giusto che chi governa non dica la verità ai governati a fin di un bene ritenuto di ordine superiore (insomma si può ingannare per affermare un bene superiore, e ciò può anche essere o apparire ovviamente vero).
Il folgorante saggio di Nietzsche del 1873 “Su verità e menzogna in senso extramorale” afferma in estrema sintesi che ciò che chiamiamo verità è il risultato finale di metafore, convenzioni, abitudini linguistiche che, col passare del tempo, dimentichiamo essere costruzioni. Il linguaggio non riproduce esattamente il reale, non accede direttamente alla realtà. Tra la cosa e la parola esiste una serie di trasformazioni; la parola non è la cosa: è una mediatrice tra la cosa e noi; una mediazione fragile, simbolica e relazionale. La Verità con la V maiuscola (e, forse con Klein, Bion la pulsione epistemofilica, il bisogno di credere) coinciderebbe con la Realtà, non conoscibile, non pensabile, non descrivibile, ma vissuta per un vissuto esperienziale intuitivo fortemente affidato alla Fede (forse quando “il verbo si fa carne”).
Ciò non vuol dire che verità e menzogna (nel senso comune dei termini) siano indistinguibili, ma che la parola nel processo di trasferimento dalla cosa, dal fatto, dallo stimolo fisico, somatico, all’immagine, al pensiero, porta in sé una fallacia costitutiva che richiede un’attenta, consapevole critica per veicolare un significato condivisibile tra parlante e destinatario.
E l’intreccio di verità e menzogna diventa intercambiabile quando includiamo nella questione la distinzione tra Realtà materiale, fisica, sensoriale, inerente la fenomenologia descrivibile e misurabile (più o meno esattamente per via del bias insito nel sistema di osservazione e misurazione e nella stessa operazione e presenza dell’agente dell’osservazione) e Realtà psichica caratterizzata dalla tensione dialettica insita nell’antinomia costitutiva conscio-inconscio, evidenziata già da Freud e da tutta la psicoanalisi successiva, formalizzata da Matte Blanco con la definizione di Bi-logica, logica asimmetrica della coscienza (che obbedisce alla logica aristotelica) e logica simmetrica dell’inconscio (sogno, condensazioni, sintomi, lapsus ecc.).
La Verità non ci raggiunge quasi mai allo stato puro (forse i mistici dicono qualcosa e anche “essere in O” di Bion); passa attraverso il linguaggio, la memoria, il desiderio, l’interesse, l’interpretazione, nelle relazioni personali, gruppali, collettive..
Proprio in questo spazio nasce la menzogna, non come semplice contrario, opposto della verità, ma come deformazione, selezione, omissione o ricostruzione adattata, manipolata dall’interesse. Il Mentitore, quindi, mantiene una notevole capacità di pensiero, di immaginazione, può anche dire verità ma deformate, manipolate, finalizzate a sedurre e minare la fiducia e la coerenza del Sé dell’interlocutore.
La questione definitiva diventa:
- Una proposizione è vera o falsa?
- Chi parla? Cosa crede di sapere? Cosa intende produrre nell’altro?
- Quale parte di Realtà, di Verità, viene selezionata, omessa, deformata, falsificata?
- Quali legami vengono costruiti o distrutti tra fatto, parola, memoria, emozione e responsabilità?
Così la Falsità non coincide esattamente con la menzogna perché può derivare da errore, ignoranza, alterazione della memoria, illusione ecc.
A sua volta, la sincerità non significa verità perché può veicolare credenze false.
Vericità, veridicità, attendibilità, non è un possesso definitivo della verità ma una disposizione a cercarla, verificarla, documentarla, tollerando le difficoltà, la fatica della complessità insita nella ricerca.
La crisi contemporanea della verità non consiste soltanto nella mostruosa quantità di contenuti falsi proposti da raffinate tecniche di propaganda (spesso mascherati da presentazioni attrattive, seduttive, nel bene e nel male, monstrum è pauroso ma anche prodigioso segnale divino) finalizzati a indebolire, frammentare le funzioni psichiche, dei legami con l’Altro (di Sé e da Sé) che sono fondamentali per la capacità di discernimento: legame, simbolizzazione, memoria, verifica, apprendere dall’esperienza, fiducia, critica, assunzione di responsabilità.
In sintesi, uno sviluppo di Civiltà fondato sulla Cura di Sé, dell’Altro di Sé e dell’Altro da Sé.
La perdita di queste facoltà o il loro grave regresso giustifica l’espressione oggi emergente di Psicopolitica, Psicocrazia, per sottolineare il fatto che i Faraoni contemporanei non si accontentano più dell’appropriazione di merci, cose, lavoro dei corpi dei loro sudditi, da comandare, sorvegliare, punire (cfr Foucault) ma vogliono essere “desiderati”, “amati”, acclamati premiati, “immortalati” come benefattori di una Umanità, che non deve accorgersi di essere progressivamente esposta ad un processo di deumanizzazione.
Introducendo una nota ironica a questo orribile catastrofismo che ho appena pronunciato si potrebbe dire che i nuovi Faraoni vogliono essere immortali grazie a tecniche biologiche di clonazione, di protesi transumane per se stessi e per i propri fedelissimi al comando di sudditi trasformati da Homo sapiens in Homo insipiens, fraudolens.
Da queste premesse si giustifica la distinzione tra Fallacia inevitabile e Fallacia intenzionale.
La prima è affine a falsità e alla radice fondamentalmente inconscia delle sue produzioni; si potrebbe parlare di errore, fraintendimento, omissioni discrete, bugie senza intento di danneggiare l’altro, lapsus,; tutte condizioni di facile correzione allorchè sussista un’adeguata capacità di riconoscimento, elaborazione, riparazione, assunzione di responsabilità.
Diversa è la fallacia intenzionale e sistematica che assume un carattere radicale e polarizzante nel discorso politico, e del mentitore patologico perché la parola non è più al servizio di avvicinamento e descrizione del reale ma alla produzione del consenso.
In questo senso la questione del rapporto Verità/Menzogna assume una importanza fondamentale politica e soprattutto psichica; menzogna ha la stessa radice di Mente; la Verità, in psicoanalisi, è ritenuta nutrimento della mente, mentre la menzogna è il suo veleno, tossico.
Bion, profondo esploratore della psicoanalisi del pensiero, ha posto in grande risalto la questione dell’inestricabile rapporto Verità/Menzogna nella pratica clinica della psicoanalisi, ponendo, tra l’altro, una netta distinzione tra il “linguaggio della sostituzione” e il “Language of Achievement, linguaggio della realizzazione”; il primo caratterizza un uso difensivo della parola volto a ostacolare la vera comunicazione o a sostituire la verità emotiva con illusioni, fantasticherie, fantasie, deliri; il linguaggio della realizzazione comporta un modo autentico, emotivo-affettivo, di pensare e comunicare che emerge quando la mente si dispone a tollerare, elaborare, integrare, vivere sentimenti primitivi e/o disturbanti. E tuttora il tema è ripreso e approfondito dai cosiddetti psicoanalisti post-bioniani. Segnalo a questo riguardo due fonti bibliografiche molto interessanti: del 2023 un intero fascicolo del JAPA, 83, 495-519, con un contributo di grande rilievo di Giuseppe Civitarese; e il recente (2026), per me importante libro edito da KARNAC, a cura di Thomasz Fortuna “BION’S VERTICES on Truth and Lies” con il contributo di ben sedici lavori di psicoanalisti che a vario titolo hanno avuto modo di incontrare o lavorare con Bion o ispirati dalle opere di Bion, dove il tema Verità/Menzogna è centrale e “il language of Achievement” assieme a “Capacità Negativa”, all’essere “at-one-ment” sono elementi costitutivi della realizzazione della verità condivisa.
Il “Language of Achievement” bioniano può essere pensato come un linguaggio che cerca di restare in contatto con l’esperienza senza saturarla prematuramente di significati.
Non è la parola che domina il reale, ma la parola che si lascia trasformare dal contatto con il reale. Nel polo opposto possiamo collocare una parola politico-performativa che non tollera l’incertezza, chiude il significato, definisce preventivamente ciò che deve essere percepito e tende a sostituire l’esperienza con la narrazione, molto simile a quanto sostiene Barbara Cassin filologa e filosofa francese.
| BION: PAROLA CHE CERCA | NOVLINGUA: PAROLA CHE IMPONE (cfr. B. Cassin La guerre des mots. Trump, Poutine et l’Europe, Flammarion 2025) |
|---|---|
| Tollera l’incertezza | Satura l’incertezza |
| Mantiene aperto il significato | Chiude il significato |
| Trasforma l’esperienza in pensiero | Sostituisce l’esperienza con una cornice narrativa |
| Si avvicina alla verità senza possederla | Pretende di produrre una “verità” attraverso il potere |
La parola può essere una funzione di pensiero oppure una tecnologia di saturazione del pensiero.
La funzione della menzogna intenzionale, sistematica (tipica dei regimi e delle relazioni gravemente autoritari che non tollerano alcuna manifestazione di dissenso) ha lo scopo di asservire la psiche al potere attraverso le più sofisticate tecniche di influenzamento, manipolazioni, inganno, minacce, corruzione, comprese torture, omicidio.
Oggi tutti subiamo, grazie alle protesi digitali di cui non riusciamo a liberarci, profilazione di bisogni, desideri, che suggeriscono il “tu vuoi” con tecniche di propaganda e pubblicità seducenti.
Così, con l’informazione apparentemente giunta alla massima diffusione mentre si assiste al minimo di comunicazione.
La mente è così esposta ad una destabilizzazione da presunte verità non verificate che confondono contemporaneamente identità, relazioni, senso morale, e aspettative del futuro.
Una piccola bugia può essere tollerata senza particolari conseguenze; una menzogna sistematica, soprattutto quando viene imposta dall’esterno e continuamente confermata, può costringere la persona a vivere in una realtà che contraddice ciò che percepisce.
A quel punto la mente deve scegliere continuamente tra ciò che vede e ciò che le viene detto di vedere.
È qui che compare qualcosa di particolarmente pericoloso: la realtà diventa insostenibile, la mente non sempre la nega, talvolta modifica sé stessa per poterla sopportare.
Tutto ciò può assumere forme espressive diverse: rimozione, dissociazione, cinismo, apatia, conformismo, perdita della capacità di provare empatia, delirio, allucinazione, fino alla normalizzazione dell’orrore, della guerra, del genocidio.
Per questo parlerei di collasso deumanizzante non come di un semplice “troppo” di verità o di menzogna, ma come della situazione in cui la persona non riesce più a mantenere contemporaneamente tre elementi:
- La percezione della realtà. “Questo sta realmente accadendo.”
- La continuità del Sé: “Sono ancora io, nonostante ciò che ho scoperto o subito.”
- Il riconoscimento dell’altro come essere umano. “Anche l’altro possiede una realtà interiore, un dolore, una dignità.”
Quando uno di questi cede, gli altri possono seguirlo.
Nasce un paradosso inquietante: la mente può tollerare moltissima menzogna finché crede che sia verità; può tollerare moltissima verità finché conserva la possibilità di darle un significato.
Ciò che diventa realmente doloroso e insopportabile è la consapevolezza simultanea che la realtà è diversa da quella narrata e che non esiste più uno spazio sicuro nel quale riconoscere la differenza. (Cambiamento temuto catastrofico può diventarlo veramente).
Il vero limite non è la quantità di verità o di menzogna, ma l’assenza di una relazione, di un significato, di un pensiero cui possa conseguire una possibilità d’azione attraverso cui poterla attraversare, anziché evacuare in agiti distruttivi.
A scopo puramente esemplificativo penso sia utile mantenere una distinzione sufficientemente chiara di termini e relativi concetti che provvisoriamente ho riassunto schematicamente così:
| Concetto | Piano principale | Criterio | Esempio |
|---|---|---|---|
| Falsità | Semantico-epistemico | Non corrispondenza tra enunciato e fatto | Ricordare male una data e comunicarla come vera |
| Menzogna | Pragmatico-relazionale | Intenzione di far credere vero ciò che si ritiene falso | Negare un fatto sapendo che è accaduto |
| Inganno | Strategico-comunicativo | Costruzione di un effetto falso anche con elementi veri | Omettere il dato decisivo per orientare una conclusione |
| Sincerità | Soggettivo-etico | Corrispondenza tra ciò che dico e ciò che credo o sento | Dire onestamente ciò che si pensa, anche se errato |
| Veracità | Etico-conoscitivo | Disponibilità a cercare, verificare e correggere | Accettare che ciò che credo vero possa essere falso |
| Verità | Ontologico, epistemico, psichico e relazionale | Rapporto sempre mediato con realtà, esperienza e significato | Trasformare l’esperienza in pensiero comunicabile |
| Corrispondenza tra credenza, parola e fatto | Errore, illusione, falsa credenza | |
|---|---|---|
| Soggetto sincero | Enunciato vero | Enunciato falso |
| Soggetto non sincero | Verità selettiva o difensiva, inganno per omissione | Menzogna in senso proprio |
Quando per fallace intendiamo non falso, ma strutturalmente incapace di coincidere pienamente con ciò che pretende di significare, la distinzione è essenziale: altrimenti dalla fallibilità della parola arriveremmo troppo facilmente alla conclusione nichilista che ogni parola sia menzogna e il concetto di Verità va rigettato.
La parola è inevitabilmente incompleta perché tra esperienza e linguaggio esiste uno scarto. Prima ancora di parlare, ciò che chiamiamo «esperienza» è già un insieme complesso di percezione, emozione, memoria, desiderio, fantasia.
Quando lo trasformiamo in parola compiamo necessariamente una selezione.
Potremmo rappresentarlo così:
esperienza → rappresentazione → significante → parola pronunciata → parola ricevuta → interpretazione → significato
E nessun passaggio garantisce un’identità perfetta.
Anche il destinatario compie il percorso attraverso la propria storia, i propri desideri, le proprie difese e il proprio universo simbolico. Il significato ricevuto non può quindi essere una copia esatta del significato trasmesso nell’intenzione del mittente.
E proprio qui emerge il paradosso più interessante: questa fallacia non è soltanto il limite della parola; è anche la condizione della sua creatività.
Se significante e significato coincidessero perfettamente, non avremmo metafora, ironia, poesia, allusione, illusione, interpretazione.
Probabilmente avremmo un codice estremamente preciso, ma non il linguaggio umano nella sua ricchezza.
La poesia porta questa caratteristica all’estremo: non cerca di eliminare la polisemia, la utilizza per produrre significato.
E anche la psicoanalisi, da un’altra prospettiva, prende sul serio proprio questa non-coincidenza. Non domanda soltanto «che cosa significa questa parola?», ma anche: «perché proprio questa parola? Perché adesso? Perché non un’altra?», «Cosa ho fatto o detto che ha stimolato questa risposta?» ecc.
Anche il lapsus diventa significativo precisamente perché il parlante non è padrone assoluto di ciò che dice. (con Freud “l’io non è padrone in casa propria”).
La fallacia della parola è strutturale; la parola della menzogna è strettamente connessa alla parola della verità; la manipolazione sfrutta intenzionalmente la fallacia strutturale della parola.
Sono tre fenomeni differenti.
Il politico, il pubblicitario o qualsiasi altro comunicatore persuasivo non crea la polisemia: la trova già nel linguaggio. Può però utilizzarla deliberatamente, scegliendo parole come libertà, sicurezza, popolo, pace, proprio perché possiedono una densità simbolica capace di evocare significati diversi in destinatari diversi.
Ed ecco perché la consapevolezza di cui si parlava prima diventa così importante.
Ci protegge dal non precipitarsi nella conclusione nichilista del tipo: “le parole sono fallaci, dunque nulla è vero!” ma ci invita alla posizione molto più difficile: «le parole sono fallibili, dunque ogni pretesa di verità deve rimanere aperta all’interpretazione, alla verifica e al confronto con l’altro».
È una differenza enorme!
La prima posizione conduce al cinismo: se tutto è interpretazione, tutto equivale a tutto.
La seconda conduce a una sorta di umiltà epistemica: posso cercare il vero sapendo che nessuna mia formulazione lo possiederà totalmente e definitivamente.
E forse qui possiamo rovesciare il problema iniziale. La vulnerabilità umana alla menzogna non deriva soltanto dalla fallacia della parola, ma anche dal nostro desiderio che la parola non sia fallace: desideriamo che qualcuno finalmente ci dica come stanno veramente le cose, senza ambiguità.
Il linguaggio autoritario offre precisamente questa promessa:
una parola → un significato → una verità → un’identità → un nemico (identificato proiettivamente da un pensiero paranoico che si diffonde nella collettività come una epidemia con la certezza di avere eliminato ogni dubbio o apparente incertezza).
La capacità simbolica matura, invece, deve sostenere qualcosa di psicologicamente molto più faticoso: la parola è necessaria per cercare la verità e, nello stesso tempo, nessuna parola può esaurirla.
E proprio questa capacità di sostare nello scarto senza precipitare né nella credulità conformistica, né nel nichilismo, diventa una delle caratteristiche più profonde di una «fiducia critica» (Capacità negativa l’ha chiamata il poeta John Keats e l’ha assunta Wilfred Ruprecht Bion per Sé e per molta parte degli psicoanalisti dopo di lui come uno dei fattori fondamentali della pratica psicoanalitica).
Essa deve scegliere continuamente tra ciò che vede e ciò che le viene detto di vedere.
Nel discorso politico il problema diventa radicalmente diverso; la parola non mira prevalentemente a descrivere il reale ma a produrre consenso, la distinzione vero/falso non scompare ma è subordinata all’efficacia. Una proposizione può allora funzionare politicamente non perché sia vera, ma perché conferma un desiderio, una paura, un’identità o un’appartenenza.
Sul piano razionale ha perfettamente ragione Drew Westen, professore emerito di psichiatria e psicologia clinica alla Emory University di Atlanta, Georgia, famoso ricercatore nel campo della ricerca empirica in psicologia clinica e applicata alla politica (cfr. La mente politica. Il ruolo delle emozioni nel destino di una nazione. Ed. it. Il Saggiatore 2008) quando afferma: “La destra sa manipolare la gente, i progressisti dicono male la verità”. La destra parla alla pancia, alle paure, offre sicurezza anche se in cambio di riduzione o delega di libertà, banalizza il dissenso, fa leva sulle emozioni più primitive, indica i nemici responsabili del cattivo andamento della nazione (immigrati, terroristi, stupratori, spacciatori di droghe ecc. ecc.). I progressisti non sanno parlare il linguaggio di quelli che dicono di voler rappresentare, parlano di temi, di programmi, dicono cose vere ma complesse di difficile comprensione alle persone meno scolarizzate; spesso non riescono a mantenere una compattezza di gruppo e facilmente sono vittime di una sorta di narcisismo-masochistico, perché storicamente divisi in gruppi, cordate di vari “capetti” animati da un’irrefrenabile cupio dissolvi.
E’ vero che per parlare bene bisogna pensare bene; è vero che il pensiero autentico è lento e non ha bisogno di essere gridato, è vero che la verità è molto complessa, ma è necessaria una sintesi efficace e centrata su proposte risolutive, che rispondano ai bisogni autentici dei cittadini.
Una condizione in cui Verità e Menzogna convivono inestricabilmente è rappresentata dal paradosso.
Anche qui fallacia della parola e paradosso sono strettamente connessi, ma non coincidono.
La fallacia nasce dal fatto che la parola non può aderire perfettamente alla cosa, all’esperienza o all’intenzione di chi parla; il paradosso compare quando questa insufficienza del linguaggio diventa visibile all’interno del linguaggio stesso.
La parola è inevitabilmente esposta a uno scarto: tra significante e significato, tra ciò che il parlante vuole dire e ciò che effettivamente dice, tra ciò che viene detto e ciò che il destinatario comprende.
La polisemia non è quindi soltanto un difetto accidentale: appartiene strutturalmente al linguaggio.
Una stessa parola può indicare contemporaneamente significati differenti, talvolta incompatibili.
Il paradosso può essere considerato uno dei casi in cui questo scarto raggiunge la massima evidenza. Prendiamo ad esempio:
«Questa frase è falsa»
Se è vera, è falsa; se è falsa, diventa vera. Qui non è semplicemente qualcuno che mente: è il linguaggio che, riferendosi a sé stesso, produce una situazione nella quale l’opposizione vero/falso non riesce più a funzionare secondo la logica ordinaria.
Ma c’è un livello ancora più interessante rispetto alla precedente riflessione. Il paradosso non riguarda necessariamente una contraddizione logica.
Può nascere anche dall’incontro fra due livelli differenti del messaggio. Per esempio: «Sii spontaneo»
Se obbedisco all’ordine, la mia spontaneità non è più spontanea. Il contenuto della frase e l’atto attraverso il quale essa viene pronunciata entrano in conflitto. È il terreno dei cosiddetti paradossi pragmatici, particolarmente importante nella comunicazione interpersonale.
Il paradosso non dimostra semplicemente che la parola è falsa; rivela che la parola non può contenere completamente la verità che pretende di esprimere.
Da questo punto di vista, la fallacia della parola non significa che «tutto è menzogna». Significa qualcosa di più radicale: ogni verità detta passa attraverso un mezzo che la trasforma. Tra esperienza e parola rimane sempre un resto non simbolizzato.
Perciò potremmo formulare così il rapporto:
la polisemia genera l’ambiguità;
l’ambiguità rende possibile il fraintendimento;
il conflitto fra significati può generare il paradosso;
il paradosso, infine, rende manifesta la fallacia strutturale della parola.
Ed emerge un punto ulteriore, molto vicino alla psicoanalisi: forse il paradosso non è il fallimento del linguaggio, ma il luogo nel quale il linguaggio dice più verità proprio perché smette di fingere di essere univoco. In questo senso il paradosso potrebbe essere considerato non l’opposto della verità, bensì una delle sue forme più profonde.
In Eraclito i contrari non vengono semplicemente annullati in un’identità. La loro tensione costituisce l’ordine stesso del reale: vita/morte, veglia/sonno, giovane/vecchio acquistano senso attraverso la loro reciproca trasformazione.
La letteratura contemporanea tende, infatti, a parlare più propriamente di unità o interdipendenza degli opposti che di violazione pura e semplice del principio di non contraddizione.
Matte Blanco trasferisce qualcosa di sorprendentemente affine all’interno della struttura della mente. La sua bi-logica descrive due modi di essere e di pensare, quello asimmetrico e quello simmetrico, intrecciati fra loro; egli parla esplicitamente di «antinomia costitutiva» dell’essere umano.
La logica asimmetrica, più affine alla coscienza e alla logica aristotelica, distingue: A non è non A; padre e figlio non sono intercambiabili; prima e dopo sono differenti; parte e tutto sono distinti.
È la logica asimmetrica della coscienza che rende possibile delimitare, ordinare, classificare e quindi anche formulare proposizioni linguistiche determinate.
La logica simmetrica dell’inconscio, invece, tende a trattare come simmetrica una relazione che nella logica ordinaria è asimmetrica e a trattare il singolare come appartenente a classi sempre più vaste.
Da qui l’importanza, per Matte Blanco, degli insiemi infiniti, della relazione parte/tutto e della possibilità che distinzioni incompatibili per la coscienza coesistano nell’esperienza inconscia.
E si torna ancora alla fallacia della parola.
La parola deve necessariamente differenziare: per dire qualcosa devo separare questo da quello, soggetto da oggetto, presente da passato, vero da falso, consenso/dissenso, sì/no. In questo senso il linguaggio manifesto è prevalentemente asimmetrizzante.
Ma ciò che vuole esprimere desiderio, affetto, possesso, perdita sul piano più o meno inconscio non è organizzato sicuramente secondo quella logica, ma fortemente esposto allo scarto strutturale: l’esperienza psichica è bi-logica, mentre la parola tende a presentarsi come univocamente logica.
Non si tratta soltanto della polisemia lessicale. Il problema sembra precedere la polisemia: la parola deve tradurre in successione, distinzione e finitezza qualcosa che nell’inconscio può presentarsi simultaneamente, simmetricamente e potenzialmente come infinito.
Il paradosso diventerebbe allora particolarmente significativo. Non sarebbe semplicemente una frase logicamente mal costruita; potrebbe essere il punto nel quale la logica asimmetrica della parola viene attraversata dalla logica simmetrica dell’inconscio.
Pensiamo, per esempio, a: «Ti amo e ti odio.» Catullo, non sa perché lo fa, ma sa che lo sente e ne è messo in croce.
Per la logica cosciente appare necessario chiedersi: quale delle due proposizioni è vera? Quanto amore? Quanto odio? In quali circostanze?
Per la logica inconscia, invece, i due affetti possono appartenere contemporaneamente allo stesso soggetto senza che uno debba necessariamente cancellare l’altro. La contraddizione diventa problematica soprattutto quando tentiamo di tradurla nella logica proposizionale; e le emozioni connesse sono molto difficili da vivere, attraversare, anziché cortocircuitarle, evacuarle, in agiti gravemente auto e/o etero-distruttivi.
Qui la vicinanza con Eraclito diventa notevole. L’armonia dei contrari non significherebbe eliminazione della contraddizione, ma riconoscimento che la tensione fra i contrari può essere costitutiva dell’unità.
Eraclito individua l’antinomia nell’essere;
Freud la scopre nella vita psichica;
Matte Blanco cerca di descriverne la struttura logica;
il paradosso ne costituisce una possibile manifestazione linguistica e pragmatica
Tutto ciò rende ancora più complessa la fallacia della parola; non sarebbe fallace soltanto perché è polisemica o perché può mentire. È inevitabilmente fallace perché pretende di rendere discreto ciò che psichicamente non è completamente discreto.
Si potrebbe definire il paradosso come “traccia linguistica dell’antinomia costitutiva dell’essere umano: il luogo in cui la parola, strutturata dalla logica della distinzione, lascia affiorare la logica simmetrica dell’inconscio”.
A questo punto emerge una conseguenza piuttosto interessante: la capacità di simbolizzazione potrebbe essere precisamente la capacità di tollerare questa bi-logica senza essere costretti né a eliminare uno dei contrari né a confonderli completamente. E forse a questo punto il discorso su parola, paradosso, simbolizzazione e verità potrebbe diventare un’unica teoria coerente. E su questi temi, la psicoanalisi formalizzata da Freud, dopo 126 anni, ha molte cose da dire, molte ragioni da sostenere sulla sofferenza del bi-pede umano, nella “speranza critica” (cfr. E. Bloch) di concorrere ad un autentico sviluppo di Civiltà, come prevenzione dal degrado sempre più emergente nella società contemporanea.
Un segnale di “deumanizzazione” può riscontrarsi allorché meccanismi economici, tecnologici e politici diversi convergano nel premiare un essere umano meno riflessivo, più reattivo, più arrogante e più prevedibile; il rischio è passare da un asservimento economico-finanziario all’asservimento della economia psichica!
Il capitalismo industriale aveva bisogno soprattutto del corpo dell’uomo: del suo lavoro, del suo tempo, della sua disciplina. Il capitalismo digitale ha scoperto qualcosa di ulteriore: la mente stessa può diventare materia prima.
L’attenzione, il desiderio, l’emozione, la paura, l’indignazione, i comportamenti futuri diventano economicamente valorizzabili. È vicino a ciò che Shoshana Zuboff ha chiamato capitalismo della sorveglianza: non semplicemente vendere qualcosa al soggetto, ma conoscere, anticipare e possibilmente orientare il suo comportamento.
Da questo punto di vista la figura estrema del potere non sarebbe più: «Devi obbedirmi» ma: «Devo riuscire a fare in modo che tu desideri spontaneamente ciò che conviene al sistema».
Orwell e Huxley rappresentano due modalità differenti del dominio. Orwell immagina soprattutto il controllo attraverso paura, censura e coercizione; Huxley intravede qualcosa forse ancora più attuale: il controllo attraverso piacere, distrazione, gratificazione e perdita del desiderio stesso di essere liberi.
È qui che diventa fondamentale la capacità di simbolizzare!
Se seguiamo Bion, potremmo dire che la funzione alfa trasforma elementi emotivi grezzi, gli elementi β, in qualcosa che possa essere pensato, sognato, rappresentato e comunicato.
Quando questa funzione si impoverisce, l’individuo dispone meno della possibilità di dire: «Sono angosciato; cerchiamo di comprendere da dove proviene questa angoscia.»
L’affetto non simbolizzato cerca invece immediatamente un oggetto:
«Ho paura → qualcuno mi minaccia.»
«Sono frustrato → qualcuno deve essere colpevole.»
«Sto male → bisogna eliminare qualcosa o qualcuno.»
Ed è precisamente questa trasformazione della complessità in azione, slogan, identificazione del nemico che rende il soggetto particolarmente esposto alla manipolazione.
La propaganda più efficace, infatti, non deve necessariamente produrre emozioni dal nulla. Può limitarsi a intercettare emozioni non elaborate e fornire loro una rappresentazione prefabbricata.
Il potere dice: ecco chi devi temere; ecco chi è responsabile; ecco chi ti salverà.
A quel punto non fornisce semplicemente informazioni: fornisce pensieri già pensati al posto del soggetto.
Dalla crisi della simbolizzazione alla Psicocrazia
È molto interessante che il termine psicocrazia esista anche nella letteratura scientifica, sebbene in un’accezione più circoscritta. È stato utilizzato criticamente per indicare una forma di governo dei comportamenti fondata sull’impiego delle conoscenze psicologiche e delle scienze del comportamento.
Lo stesso autore che ha studiato questo fenomeno, Joram Feitsma, mette però in guardia dall’estendere eccessivamente la nozione: non ogni “spintarella” più o meno seduttiva di politica comportamentale costituisce ovviamente una forma di dominio (anche se “mafiosamente parlando”, accettare un favore in certi ambienti implica una restituzione).
Con un significato più ampio così definibile:
Psicocrazia = una configurazione del potere nella quale il controllo tende a esercitarsi sempre meno soltanto attraverso la proibizione esterna e sempre più attraverso l’organizzazione dell’ambiente psichico nel quale il soggetto percepisce, desidera, teme, sceglie e pensa.
Non è necessariamente qualcuno che impartisce un ordine.
È l’architettura delle possibilità entro la quale alcune emozioni vengono amplificate, alcuni oggetti resi desiderabili, alcune alternative invisibili e alcuni pensieri difficili persino da formulare.
Una possibile utile relazione potrebbe essere:
deficit di simbolizzazione → prevalenza dell’emozione non elaborata → pensiero concreto e dicotomico → maggiore suggestionabilità → identificazioni collettive → vulnerabilità alla Psicocrazia.
Il digitale rende questo meccanismo qualitativamente nuovo
Non siamo più soltanto nel campo delle ipotesi filosofiche. Le istituzioni democratiche considerano oggi i sistemi algoritmici un rischio reale per il discorso pubblico e per i processi elettorali. La Commissione europea, nell’applicazione del Digital Services Act, richiede alle grandi piattaforme di valutare proprio i rischi derivanti dai sistemi di raccomandazione, compresi quelli relativi al discorso civico, alle elezioni, ai comportamenti compulsivi e a percorsi labirintici, tipo rabbit holes (Alice nel paese delle meraviglie).
L’UNESCO osserva analogamente che sistemi fondati sul coinvolgimento, affiliazione, possono privilegiare contenuti controversi e contribuire a polarizzazione, disinformazione e sfiducia. Questo è importante perché introduce una differenza rispetto alla propaganda del Novecento.
Il propagandista tradizionale parlava alla massa. L’algoritmo contemporaneo può parlare a ciascun individuo, conoscendo qualcosa delle sue preferenze, fragilità, paure e abitudini.
Una Psicocrazia tecnologica, se mai dovesse compiersi pienamente, non assomiglierebbe quindi necessariamente a un dittatore che parla da un enorme schermo. Potrebbe avere un’apparenza falsamente molto più innocua: milioni di schermi che parlano diversamente a milioni di persone.
Il processo di deumanizzazione mette in risalto l’importanza fondamentale della simbolizzazione.
L’umanizzazione richiede la capacità di riconoscere che l’altro non coincide con l’immagine che io possiedo di lui.
Richiede metafora, ambivalenza, dubbio, capacità di tollerare il paradosso.
Con Matte Blanco potremmo dire che la coscienza adulta deve continuamente negoziare la compresenza delle due logiche, senza lasciare che la logica simmetrica dell’inconscio invada completamente il pensiero differenziante.
La propaganda opera spesso nella direzione opposta:
persona → categoria → stereotipo → nemico.
- Il migrante non è più una persona concreta ma «l’invasione».
- L’avversario politico non sbaglia: «è il Male».
- Chi dissente non possiede un’opinione diversa: «è un traditore».
- Una popolazione nemica perde progressivamente volto, storia, interiorità.
Questa è una vera desimbolizzazione dell’Altro.
E quando l’altro perde la propria complessità simbolica, diventa molto più facile esercitare violenza contro di lui.
I dati più recenti non provano l’esistenza di una Psicocrazia globale, ma mostrano una situazione nella quale la questione diventa legittima. Secondo il Democracy Report 2026 di V-Dem, alla fine del 2025 vi erano 92 autocrazie contro 87 democrazie e il 74% della popolazione mondiale viveva in paesi classificati come autocratici; il rapporto individua, inoltre, nella libertà di espressione uno degli aspetti più colpiti dall’attuale processo di autocratizzazione.
Freedom House registra nel 2025 il ventesimo anno consecutivo di declino globale della libertà e segnala fra le dimensioni maggiormente deteriorate proprio la libertà dei media e quella di espressione personale. UNESCO, nel rapporto pubblicato nel 2026, registra inoltre un calo del 10% del proprio indice globale della libertà di espressione rispetto al 2012 e richiama esplicitamente il problema della disinformazione alimentata dall’IA.
Naturalmente questi dati non dimostrano un progetto unitario di controllo mentale. Dimostrano qualcosa di diverso e forse più inquietante: esistono condizioni tecnologiche, economiche e politiche che possono rendere la manipolazione psichica estremamente conveniente.
La difesa della democrazia non consiste soltanto nella difesa delle istituzioni. Consiste anche nella difesa dell’apparato mentale necessario per abitarle.
Una democrazia presuppone un cittadino capace di simbolizzare, tollerare l’incertezza, distinguere fatto e interpretazione, riconoscere la polisemia della parola, sostenere il conflitto senza trasformare l’avversario in nemico e — soprattutto — pensare i propri pensieri anziché limitarsi a ricevere quelli che qualcuno ha predisposto per lui.
Da questo punto di vista, il contrario della Psicocrazia non è semplicemente la democrazia formale. È una democrazia di soggetti capaci di pensare.
Franca D’Agostini, filosofa molto impegnata sul tema verità/menzogna avendo pubblicato numerosi libri e saggi su questi argomenti, e Maurizio Ferrera nel libro “La verità al potere Sei diritti aletici” (ediz. Einaudi, 2019) sostengono la necessità di considerare il diritto alla verità come elemento fondamentale per una sana vita democratica che andrebbe regolamentata per legge.
Gli autori sostengono che la Verità va considerata non soltanto come una nozione teorica, ma come un bene individuale e collettivo, rilevante per la qualità della vita democratica.
La proposta nasce dall’esigenza di tutelare i cittadini in contesti nei quali informazione, comunicazione pubblica e produzione della conoscenza possono essere esposte a falsificazione, manipolazione, opacità o distorsione.
I diritti aletici non coincidono con l’imposizione di una «verità di Stato». Mirano, al contrario, a creare condizioni che permettano ai cittadini di accedere a informazioni attendibili, sviluppare capacità critiche, essere riconosciute come soggetti epistemici credibili e poter fare affidamento su istituzioni della conoscenza orientate alla ricerca del vero.
La prospettiva riguarda quindi non soltanto ciò che viene comunicato, ma anche le condizioni sociali e culturali che rendono possibile valutare criticamente ciò che viene presentato come vero.
I sei diritti possono essere ricondotti a tre aree principali: informazione, conoscenza/scienza e cultura. Nel loro insieme delineano un ambiente pubblico nel quale la veridicità, la responsabilità epistemica e la capacità di discernimento costituiscono presupposti della partecipazione consapevole.
Essi hanno soprattutto carattere programmatico: indicano esigenze da proteggere attraverso educazione, norme, istituzioni e pratiche pubbliche affidabili.
La proposta può essere letta come una tutela della capacità di conoscere e di giudicare: non è sufficiente disporre di dati formalmente accessibili se il soggetto non possiede gli strumenti per valutarli, se alcune voci sono screditate per ragioni estranee alla loro attendibilità o se le istituzioni epistemiche sono subordinate a interessi che prevalgono sulla ricerca del vero.
In questo senso i diritti aletici collegano verità, libertà, responsabilità e qualità della sfera pubblica.
I SEI DIRITTI ALETICI
La tabella seguente presenta una formulazione sintetica dei sei diritti, con il relativo ambito e la loro funzione essenziale.
| N. | Ambito | Diritto aletico | Sintesi e funzione |
|---|---|---|---|
| 1 | Informazione | Diritto a essere informati in modo veridico | Tutela l’accesso a informazioni corrette e contrasta l’inganno, la manipolazione e la presentazione intenzionalmente fuorviante dei fatti. |
| 2 | Informazione / educazione | Diritto a essere messi nelle condizioni di giudicare e cercare la verità | Richiede strumenti educativi, logici e critici che consentano di distinguere, per quanto possibile, affermazioni fondate, opinioni, errori e falsità. |
| 3 | Conoscenza / testimonianza | Diritto a essere riconosciuti come fonti affidabili di verità | Protegge dal deficit ingiustificato di credibilità: una testimonianza non dovrebbe essere svalutata per pregiudizi, interessi o condizioni estranee alla sua effettiva attendibilità. |
| 4 | Scienza / autorità epistemiche | Diritto a disporre di autorità aletiche affidabili | Richiede istituzioni scientifiche ed epistemiche i cui criteri di valutazione siano orientati alla verità e non subordinati esclusivamente a interessi economici, politici o di potere. |
| 5 | Società / istituzioni | Diritto a vivere in una società che salvaguardi l’acquisizione della verità | Implica norme, istituzioni e pratiche pubbliche capaci di proteggere le condizioni nelle quali la ricerca e la comunicazione della verità possano svolgersi responsabilmente. |
| 6 | Cultura | Diritto a vivere in una cultura che riconosca l’importanza della verità | Richiede consapevolezza del ruolo che il vero e il falso esercitano sulle credenze, sulle relazioni e sulle decisioni, nella vita privata come in quella pubblica. |
I primi due diritti riguardano l’accesso alla verità e la capacità di valutarla; il terzo e il quarto riguardano la credibilità dei soggetti e delle istituzioni che producono o trasmettono conoscenza; il quinto e il sesto riguardano l’ambiente sociale e culturale necessario perché la verità possa conservare una funzione pubblica effettiva.
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Forse la proposta degli autori non tiene conto dei fattori inconsci espressi dalla bi-logica nel processo di mentalizzazione e del linguaggio. In tal senso il linguaggio della pratica clinica della psicoanalisi che Bion ha definito “Language of Achievement” non può essere trasposto a contesti profondamente diversi da quello del setting psicoanalitico (forse più affine a certe pratiche di meditazione).
Un linguaggio che cerca di restare in contatto con l’esperienza senza saturarla prematuramente di significati; qui la parola è chiamata al servizio del processo trasformativo insito nel contatto con il reale dell’esperienza in corso nel “qui e ora” della relazione cooperativa “tra” analista e analizzante.
Nel polo opposto possiamo collocare la parola politico-performativa che non tollera l’incertezza, chiude il significato, definisce preventivamente ciò che deve essere percepito e tende a sostituire l’esperienza con la narrazione.
| BION: PAROLA CHE CERCA | NOVLINGUA: PAROLA CHE IMPONE |
|---|---|
| Tollera l’incertezza | Satura l’incertezza |
| Mantiene aperto il significato | Chiude il significato |
| Trasforma l’esperienza in pensiero | Sostituisce l’esperienza con una cornice narrativa |
| Si avvicina alla verità senza possederla | Pretende di produrre una “verità” attraverso il potere |
La parola può essere una funzione di pensiero oppure una tecnologia di saturazione del pensiero.
E la somiglianza tra psicoanalisi e meditazione, pur partendo da presupposti molto diversi, può avere un qualche senso perché entrambe introducono una discontinuità nella catena stimolo-risposta, creando uno spazio nel quale ciò che accade può essere rappresentato, pensato, detto, anziché precipitarsi nell’agito.
Nella psicoanalisi questo spazio passa soprattutto attraverso la parola e l’ascolto. Il soggetto dice qualcosa, si ascolta mentre lo dice, incontra sogni, contraddizioni, lapsus, associazioni, silenzi. La parola cessa di essere soltanto uno strumento per comunicare un contenuto conosciuto e diventa il luogo nel quale un significato ancora sconosciuto o “conosciuto non pensato” (cfr. Bollas) può emergere.
Nella meditazione, con differenze notevoli fra le varie tradizioni, l’operazione può essere quasi inversa: sospendere temporaneamente la necessità di trasformare immediatamente l’esperienza in discorso, osservando pensieri, emozioni e impulsi senza identificarvisi completamente.
In entrambi i casi compare quella distanza fondamentale:
accade qualcosa → me ne accorgo → lo rappresento/osservo → tollero di non comprenderlo immediatamente → posso attribuirgli significato → scelgo eventualmente come rispondere.
È precisamente quel «tollero di non comprendere immediatamente» che il discorso rende centrale il problema della velocità.
Una società organizzata prevalentemente intorno a velocità, prestazione, efficienza, consumo e profitto tende invece a considerare quello spazio intermedio come improduttivo.
- Il silenzio sembra vuoto.
- L’attesa sembra inefficienza.
- L’ambivalenza sembra indecisione.
- Il dubbio sembra debolezza.
- La contemplazione sembra inattività.
Eppure proprio quelle apparenti “inefficienze” sono spesso le condizioni necessarie alla simbolizzazione.
C’è quindi un paradosso: possiamo diventare sempre più efficienti nell’elaborazione delle informazioni e contemporaneamente meno capaci di trasformarle in esperienza dotata di significato.
Possiamo leggere moltissimo senza veramente leggere.
Vedere moltissimo senza osservare.
Comunicare continuamente senza incontrare.
Reagire a tutto senza avere il tempo di pensare.
Dalla repressione alla saturazione
Una certa lettura classica della sofferenza psichica poneva grande attenzione a ciò che non poteva essere detto: rimozione, interdizione, repressione.
La condizione contemporanea presenta anche un problema quasi opposto: non necessariamente troppo poco discorso, ma troppo.
Messaggi, immagini, notifiche, opinioni, informazioni, commenti, sollecitazioni emotive. Il soggetto non è soltanto qualcuno al quale viene impedito di parlare: può essere qualcuno al quale viene continuamente richiesto di vedere, scegliere, giudicare, rispondere, produrre e reagire.
La parola allora rischia di perdere profondità non perché sia proibita, ma perché viene consumata troppo rapidamente.
E questo ci riporta alla poesia. Una poesia compie qualcosa di quasi scandaloso rispetto alla logica dell’efficienza: chiede molto tempo per pochissime parole.
Il sistema informativo contemporaneo tende invece verso l’operazione opposta: moltissime parole nel minor tempo possibile.
Forse è qui l’aspetto antropologico
Se definiamo la simbolizzazione come la capacità di trasformare l’esperienza immediata in qualcosa che possa essere pensato, allora il tempo apparentemente “improduttivo” acquista una funzione essenziale.
Non è il contrario della produttività: è il tempo necessario alla costruzione del soggetto.
Ed emerge una possibilità piuttosto inquietante rispetto alla domanda iniziale sul “collasso deumanizzante”: forse la deumanizzazione contemporanea non necessita principalmente di sottrarre all’individuo la capacità di pensare.
Può essere sufficiente non lasciargli il tempo per farlo.
Perché senza quella pausa diminuisce la distanza tra desiderio e azione, tra parola e significato, tra informazione e giudizio, tra emozione e comportamento.
E forse si potrebbe sostenere con una estrema sintesi:
la libertà non consiste soltanto nel poter scegliere; consiste nell’esistenza di uno spazio interiore tra ciò che ci sollecita e la nostra risposta.
Psicoanalisi, meditazione, poesia, arte, filosofia, ciascuna in maniera profondamente diversa, possono custodire proprio quello spazio.
E una società che considera quello spazio tempo perso rischia di scoprire troppo tardi che era, invece, tempo umano.
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¹ Relazione al Seminario “Laboratorio di Cittadinanza attiva, critica, consapevole, responsabile”. 26 Settembre 2026. Collegio San Giuseppe, Torino.
² Medico, psichiatra, psicoanalista. Già professore di psicoterapia e psichiatria psicodinamica nell’Istituto di Clinica Psichiatrica, Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Milano. Presidente della “Associazione Inconscio&Civiltà”.
