Travestitismo, transessualismo, transgender: identificazione e imitazione

Travestitismo, transessualismo, transgender: identificazione e imitazione

di Simona Argentieri
(Medico psicoanalista, Membro ordinario con funzioni di training della SPI e dell’IPA – Pubblicato su «Psicoanalisi», vol. 10, n. 2, 2006)


identificazione e imitazione∗ SIMONA ARGENTIERI

1. Riconquistare un vertice psicoanalitico

Nel giro di pochi decenni è clamorosamente mutata la convulsa arena sociale e culturale nella quale i travestiti, i transessuali o i cosiddetti transgender vivono, si definiscono e vengono definiti, tra psicologia e diritto2. Benché si tratti di un fenomeno numericamente limitato, l’attenzione mediatica e il conseguente coinvolgimento della pubblica opinione sono ad alta temperatura, seppure concentrati sui “casi” eccezionali che enfatizza la cronaca: ad esempio, le due anziane signore che, grazie alla nuova normativa inglese sulle unioni gay, decidono di sposarsi; la bizzarria sta nel fatto che le protagoniste erano già state unite in matrimonio quando una delle due era un uomo, prima di decidere il cambiamento di sesso. Oppure l’aneddoto recente della signora Sarah Jones, nata Colin Jones, che dopo l’intervento chirurgico diviene pastore anglicano, con la benedizione delle autorità ecclesiastiche… Ma, a parte le situazioni estreme, è certo che aumentano vistosamente i casi “trans” da palcoscenico o da marciapiede, ai quali si affiancano sommessamente le sempre più numerose richieste di “riassegnazione di genere sessuale” nei centri specializzati (più di 50 al mese solo in una struttura della sanità pubblica del Nord Italia), che testimoniano una voglia di inte∗ Lavoro presentato in occasione della Conferenza Europea dell’IPA Committee on Women and Psychoanalysis (Cowap) Travestitismo, transessualismo, transgender nella dimensione psicoanalitica, organizzato a Catania, il 17 e 18 Giugno 2006 da Giovanna Ambrosio, Chair del Cowap. 2. Non farò riferimento, in questa occasione, per ovvii motivi di spazio, alla ricchissima fonte del mito, della leggenda, della letteratura, delle vicende biografiche reali intorno al tema delle complicazioni del genere sessuale che – come è noto – sono presenti nella cultura di ogni tempo e paese.

grazione e di “normalità”. Ovviamente, resta da stabilire se ci sia un effettivo incremento di tale fenomeno o se sia solo venuto allo scoperto. Oppure – come sono propensa a credere – se le attuali circostanze psico-sociali favoriscano questo tipo di organizzazioni difensive. Il problema è che, tra scandali e battaglie civili, la voglia di capire è sempre più fievole. Circolano molte opinioni e pochi pensieri, mentre lo scontro si svolge per lo più sul terreno mediatico, fatto di slogan e di grida; tra invocazioni repressive dei benpensanti e rivendicazioni di associazioni e gruppi “trans” sul piano dei diritti legali e civili. Penso quindi che la psicoanalisi debba faticosamente riguadagnare un suo spazio autonomo teorico e clinico che si sottragga alla confusione e al ricatto delle ideologie. Un po’ di storia L’inquadramento psicoanalitico dei disturbi dell’identità di genere sessuale ricalca inizialmente la nosografia psichiatrica dei primi del novecento, secondo un criterio prevalentemente descrittivo, fenomenico3. Veniva sancita una netta distinzione fra travestitismo (uomini che avevano un bisogno compulsivo di vestirsi con indumenti femminili, ma che volevano conservare la loro maschilità psicofisica) e transessualismo (uomini che invece odiavano la loro anatomia e volevano disperatamente cambiarla, a qualunque costo, con quella femminile). Entrambe le sindromi erano comunque collocate saldamente nel catalogo delle perversioni. Come è noto, la grande rivoluzione freudiana mutò però lo statuto scientifico e culturale della perversione, che da “tara”, “crimine”, “peccato” dell’epoca pre-psicoanalitica, fu ricondotto nell’alveo dell’infanzia e della quotidianità, sia pure quale esito patologico del conflitto pulsionale a fronte del crocevia edipico. Ne conseguirono i noti assiomi (poi tanto dibattuti) del bambino come “piccolo perverso polimorfo”, della perversione come “negativa” della nevrosi, dell’assenza di perversioni – o quasi – nel sesso femminile, etc…Le varie perversioni – sempre elencate su base comportamentale, secondo il noto catalogo di orrori e miserie – erano dunque da intendere come frammenti di sessualità pregenitale, pulsioni parziali non evolute e non represse che, deformate dai meccanismi difensivi, prendono la leadership dell’organizzazione sessuale adulta. La psicoanalisi riconduce lo 3. Faccio riferimento agli storici contributi di R. von Kraft Ebing (1931), M. Hirschfeld (1910) citati da S. Freud stesso. Rimando anche alla minuziosa rassegna storico-bibliografica di F. Pfäfflin (1998).

assetto psicosessuale alla storia evolutiva di ciascuno e relega al margine, quasi allo zero (come poi confermano le storiche esperienze di Stoller) quei fattori biologici che invece erano stati tanto enfatizzati nel passato e che hanno oggi, come vedremo, un infausto revival, sia presso coloro che invocano la “legge” di natura, sia in coloro che vogliono aggiustare lo “sbaglio” di natura. Oggi, invece, è cambiato innanzi tutto il linguaggio, fenomeno mai banale nel terreno scivoloso della sessualità: si parla di “disforie di genere”, di “disturbi dell’identità sessuale”; oppure si usa il termine comprensivo di transgender, che sposta l’accento dalla pulsione sessuale all’identità di genere, e che colloquialmente è diventato semplicemente “trans”. D’altronde, già dal 1980 sul DSM III° anche il termine stesso di “perversione” è stato sostituito, in omaggio al famigerato politically correct, con quello ambiguo di “parafilia”. Il primo interrogativo dunque è se travestitismo e transessualismo possano essere riuniti in una unica sindrome. Il secondo è se sia lecito collocarli tra le perversioni. E ciò dipende inevitabilmente da come teorizziamo il concetto stesso di perversione. In epoca postfreudiana il termine ha acquistato, infatti, diverse accezioni, andando verso una progressiva estensione, diluizione e diversificazione di significati4. Sterminata è oramai la letteratura sull’argomento, seppure non sempre è facile capire quanto i nuovi autori si riconoscano nelle originarie affermazioni di Freud. Per quel che riguarda le patologie in oggetto, c’è disparità di vedute: alcuni collocano il transessualismo tra le psicosi (Socarides 1970), alcuni lo considerano un precursore del travestitismo o dell’omosessualità (Limentani 1979), altri come un disturbo narcisistico (Chiland 1989; Oppenheimer 1989), o di area borderline (R. Green 1987); altri ancora, di matrice lacaniana, distinguono tra “transessualità psicotica e transessualismi nevrotici o perversi; altri infine (Pfäfflin, 1994, 2003) negano la specificità di tali sintomatologie5. 4. Segnalo anche le due polarizzazioni, allora tutt’altro che scontate, tra coloro che difendevano il buon diritto della psicoanalisi di proporre un suo criterio “normativo”, di una sessualità matura, rigorosamente eterosessuale e genitale, e coloro che – come Rado (e forse anche il “deviante” W. Reich), volevano mantenere vivo il valore trasgressivo ed eversivo della sessualità, a fronte dell’appiattimento e dell’impoverimento della cosiddetta normalità. 5. Il mio scritto non può essere esaustivo; seguo piuttosto delle linee tematiche. Rimando a un recente volume Transessualismo. Saggi psicoanalitici (2001), che raccoglie un’interessante antologia di autori che si sono occupati dell’argomento, dai classici lavori di Stoller ai contributi lacaniani, e che è corredato da un’ampia bibliografia, e anche il recente Dilemmi dell’identità: chi sono? Saggi psicoanalitici sul genere sessuale (2006), al quale ho contribuito con lo scritto “Transessualità, neosessualità: un nuovo conformismo”.

3. La clinica oggi

Il materiale clinico relativo a travestiti e transessuali è necessariamente composito e frammentario. Personalmente, ho attinto ad esperienze sia di psicoanalisi che di psicoterapia e anche a consultazioni e a supervisioni. I casi di psicoanalisi classica sono inevitabilmente pochi; come sappiamo, si tratta di pazienti che difficilmente cercano aiuto dai nostri strumenti, sia perché il loro sintomo è egosintonico, sia perché sono dominati dalla concretezza degli “agiti” nel corpo e sul corpo. Più spesso le nostre terapie si verificano purtroppo a danni già avvenuti (fait accompli di Laplanche, 1980), a seguito del fallimento di altre strategie (Quinodoz, 2001). Numerosi riscontri provengono da consultazioni in centri specializzati, che offrono elementi preziosi, ma relativi a pazienti già auto-selezionati, che raramente si affidano a un’analisi classica. Molto scettica sono invece sul lavoro clinico che viene svolto nei centri deputati al “cambiamento” di sesso, dove il paziente sa che deve convincere lo psicologo della sua autentica motivazione. Per di più, le precarie condizioni della nostra sanità pubblica offrono in genere solo terapie di gruppo o rarefatti colloqui individuali a orientamento cognitivista, per noi poco significativi. Ritengo peraltro che sia utile anche il materiale clinico indiretto; come i “reperti occasionali” nel corso di psicoanalisi o psicoterapie intraprese per altre motivazioni. Cito, ad esempio, un uomo sposato e con quattro figli teneramente amati. La sessualità con la moglie è tiepida e affettuosa. In compenso, si concede entusiastiche orge segrete e promiscue con uomini. Senza alcun conflitto, prova un grande piacere nel mascherarsi da donna a Carnevale o a teatro, dove recita amatorialmente parti femminili. È un sarto di successo, che prova su di sé con voluttà sete e velluti. Altre volte sono i partner dei travestiti e dei transessuali a cercare una consultazione: Viene da me una donna colta e raffinata, legata fin dalla adolescenza a un simpatico intellettuale che fa sesso, lei consenziente, vestito da donna e si fa truccare e chiamare al femminile, ma solo quando fanno sesso. Vivono un’unione a loro modo felice e desiderano avere un bambino. Il bambino nascerà e la coppia si separerà. Lei continuerà l’analisi, mentre lui si ritirerà in solitudine, a meditare se fare o meno outing del suo travestitismo con la figlia di 10 anni! È importante cercare di capire analiticamente le dinamiche relazionali di

coloro che si accompagnano, amano o occasionalmente sfruttano sessualmente travestiti e transessuali, nella “zona grigia” al confine con la cosiddetta normalità. Penso a un impeccabile alto funzionario dello stato, venuto in analisi per fastidiosi sintomi ossessivi, che occasionalmente cerca rapporti con prostituti stradali travestiti, dai quali si fa penetrare con grande piacere e nessun conflitto conscio. Va considerato inoltre che la peculiarità dell’approccio psicoanalitico è quella di interessarsi alle fantasie che accompagnano la sessualità, più che ai comportamenti manifesti. Sono ormai frequenti, inoltre, i casi di genitori allarmati dal fenomeno del cosiddetto cross-dressing infantile, che si manifesta già nel secondo anno di vita6. La loro preoccupazione è che il travestitismo infantile persista, oppure che preluda a una futura omosessualità, mentre la psicoanalisi insegna che non ci sono corrispondenze lineari dirette tra sintomi infantili e patologie adulte. Oscar, un bel bambino di 5 anni, con una gemella, si mette in testa fiocchi e cerchietti per i capelli della sorellina e così adornato insiste ripetitivamente ad andare ad aprire la porta al padre, il quale reagisce con ansia e rabbia.

Il caso di Letizia/Leo

Leo mi telefona dietro insistenza del suo medico internista, esasperato dalle sue insaziabili richieste di anabolizzanti e diete che aumentino la massa muscolare, sempre al di sotto dei suoi desideri nonostante le estenuanti frequentazioni quotidiane delle più dure palestre. Leo è infatti nato 27 anni fa come Letizia, un nome che suona come una beffa a confronto con la sua costante infelicità. Giunge dunque da me in consultazione un ragazzo minuto, con un viso semplice e pulito, con un bel sorriso e un po’ di barba. Veste semplicemente con jeans e maglietta nera, che mettono in risalto i bicipiti; i gesti, la postura sono spontaneamente maschili e mi viene naturale rivolgermi a lui al maschile. Percepisco il suo bisogno di dignità e di rispetto. Esordisce dicendo che non sa bene perché e venuto da me, ma sente che “c’è qualcosa che non va”. Mi racconta di essersi sentito sempre solo e incompreso, ma che la vera tragedia fu l’arrivo del menarca, che lo obbligò ad ammettere che era femmina. Da allora coltivò il progetto del cambiamento di sesso, che finalmente 6. Se all’epoca di R. Greenson (1966) il caso del piccolo Lance era eccezionale, oggi è invece assai frequente incontrare nei nostri studi genitori allarmati per il bisogno di travestitismo dei figli, anche se prevedibilmente il fenomeno provoca molta angoscia nel caso dei maschi e può passare quasi inosservato nelle femmine.

ha attuato tre anni fa, con grandi sacrifici, in una struttura pubblica. Purtroppo però ci sono state infinite complicazioni medico-chirurgiche, che gli hanno provocato indicibili sofferenze fisiche, delusione e una profonda rabbia. Non ho fatto domande circa gli aspetti tecnici degli interventi subiti, per la preoccupazione di essere vissuta come intrusiva e voyeuristica e credo che questo mi abbia consentito di convogliare la sua attenzione su altri aspetti della sua storia. Progressivamente, ho avuto l’impressione di una persona sensibile, intelligente, con tratti malinconici…, insomma, mediamente nevrotica e in grado di essere aiutata dalla psicoanalisi…tranne per il nucleo che riguarda la sua identità di genere rispetto alla quale oppone un muro di dura roccia. Una volta che, parlando del suo passato, uso nei suoi riguardi il pronome femminile, reagisce agghiacciata: “questo non si discute”, dice il suo sguardo7. Mi racconterà poi che per molto tempo non ha avuto rapporti né amorosi, né sessuali; rifuggiva persino dalla masturbazione perché i suoi genitali gli ispiravano disgusto. In adolescenza si era innamorato di una ragazza, che però non lo ricambiava. Attualmente ha invece un rapporto profondo con un uomo, un professionista più grande di lui di dieci anni. Più precisamente, è anche lui un transessuale, una donna che è diventata uomo. Glielo ha presentato proprio lo psicologo della struttura pubblica (!) con il quale ha fatto una lunga terapia di gruppo prima e dopo la “riassegnazione”. Gli faccio notare che mentre per lui stesso il sesso anatomico è di importanza capitale, non sembra abbia altrettanto peso il sesso della persona che ama. «Sì, è stato semplice! Non ci avevo mai pensato», commenta colpito dalla mia domanda. Penso anche, ma non glielo dico, che abbiano costruito una coppia, assai salda, ma basata più sul mutuo soccorso e sull’affetto che sulla sessualità e sull’amore. Mi dirà anche che l’assistenza in ospedale da parte della madre, devota e angosciata benché contrarissima all’intervento, lo ha finalmente riconciliato un po’ con lei. Solo dopo molti mesi chiarirà che si è fatto asportare seni, utero e ovaie, mentre non ha voluto farsi fare la plastica ai genitali: «Quello non era importante», dice con tranquillità. Non ha infatti progettato ulteriori interventi di plastica per adeguare i genitali esterni alla sua nuova identità; e non credo che ciò sia dovuto solo alla delusione per il cattivo operato dei suoi chirurghi. Ciò che continua ad ossessionarlo è piuttosto l’inadeguatezza della massa muscolare, la penuria di barba, i cosiddetti caratteri sessuali secondari, che dovrebbero rimandargli un’immagine corporea di sé maschile credibile, riconosciuta come tale dagli altri nella quotidianità. In effetti, la sessualità intesa come piacere – sia come masturbazione, sia come incontro con un’altra persona – ha avuto pochissimo spazio nella vita di Leo. A livello conscio ha disperatamente perseguito il progetto di 7. La questione della scelta del pronome maschile o femminile nel dialogo con i pazienti è molto delicata; perché seppure è segno della neutralità del terapeuta, può essere vissuta dal paziente come conferma della sua convinzione delirante (Bolognini 1998, Quinodoz 2001, Oppenheimer 1992, Laplanche, 1980).

diventare maschio – o meglio di avere un corpo maschile corrispondente al suo vissuto – ma a livello inconscio il bisogno era quello di distruggere, eliminare la parte femminile, equivalente a una parte “cattiva” intollerabile e non integrabile. La pseudo-identità maschile, di tipo imitativo, deve servire a tenere lontana la minaccia delle angosce persecutorie8. L’equivalenza profonda è tra parte cattiva e pulsionalità, intesa nella concretezza della carne. Il vero dramma è che il proseguire della terapia lo porterà inevitabilmente a confrontarsi con l’impossibilità di diventare davvero uomo e per contro con l’irreparabilità della distruzione che hanno perpetrato sul suo corpo di donna, con la sua stessa complicità; particolarmente con la definitiva rinuncia alla possibilità di avere figli.

Il caso di Claudio/Claudette

Claudio è un omone di 43 anni, con un viso da bambino. Viene a consultarmi da una cittadina del sud, su forte spinta della moglie. Possiede una piccola, prospera azienda e sono sposati da 8 anni. Con tono infantile, autoaccusandosi ma cercando la mia benevolenza, mi racconta che ha una “brutta abitudine”: nel tempo libero ama vestirsi di tutto punto da cameriera, dalla crestina alle scarpe. Da qualche tempo indossa anche reggiseno e mutandine sotto la divisa. Così abbigliato, fa tutte le faccende domestiche, con grande piacere. Ogni tanto si lascia vedere dai vicini alla finestra o sul balcone, mentre sbatte i tappeti; e questa esibizione esalta il piacere. Peraltro non si masturba mai in queste occasioni. La moglie ha sopportato (!) a lungo la sua stranezza, ma ultimamente si è ribellata perché Claudio vorrebbe fare sesso con lei così travestito. A suo dire, peraltro, la loro vita sessuale è sempre stata reciprocamente soddisfacente. Su mio invito, mi racconta poi una triste storia familiare. Il padre è malato “da sempre” di una “depressione atipica”. «Me l’avrà un po’ passata!», commenta, cercando la mia conferma. (In realtà intuisco che il padre di C. è uno psicotico mal curato e cronicizzato. Sembra che abbia trasmesso al figlio solo ansia e confusione. Gli ha raccontato, quando era ancora ragazzino, che andava con le prostitute e che si era preso lo scolo. «Per questo aveva un solo testicolo! Me lo ha mostrato!», commenta, come se ciò fosse un’incontrovertibile prova. La madre non era affettuosa e anche i nonni, con i quali trascorreva molto tem8. Faccio riferimento al pensiero di Eugenio Gaddini (1989) che, nella linea di Winnicott, distingue, fin dai processi mentali precoci, un’area “psico-sensoriale” di contatto, che consegue solo aspetti imitativi dell’identità, e un’area “psico-orale”, nel registro delle pulsioni, che conduce invece a introiezioni stabili e strutturanti. Entrambe le aree coesistono e interagiscono fisiologicamente fin dalle prime epoche della vita; talora però si creano degli squilibri patologici.

po, erano freddi, duri, tirannici. Fu mandato a scuola dai preti, che erano molto severi. Mi racconta che una volta, da bambino, aveva dato un bacio a un piccolo compagno. Mi colpisce che una piccola cosa come questa, tenera e banale, venga raccontata come una colpa e forse risignificata après coup come un “sintomo”. L’unica relazione affettiva che ha vissuto, intorno ai 18 anni, è stata con una cameriera, più grande di lui, che lo ha iniziato alla sessualità: «Era un bellissimo segreto», dice C. La donna era molto dolce, lo vestiva amorevolmente con i suoi propri abiti da lavoro e poi facevano l’amore. C. racconta la sua storia con semplicità e innocenza; vuole farmi capire quanto per lui sia bello e importante il momento del travestimento. È totalmente inconsapevole degli aspetti grotteschi, involontariamente comici della vicenda. Nel corso delle consultazioni, C. sembra prendere paradossalmente coraggio: trova via Internet un gruppo di “uomini come lui”; comunicano tutte le sere, si sente finalmente capito, giustificato, riconosciuto come uguale. Una sera fa il grande salto: decide di incontrarsi en travestie in pubblico con i nuovi amici – anzi, le nuove amiche – in una pizzeria. Come è previsto, deve avere un nuovo nome: ha scelto Claudette. Me lo dice con una gioia, un’allegria che mi commuovono e al tempo stesso mi inquietano. L’incontro sarà un “successo”. La possibilità di mostrasi come donna e di essere trattato come tale dalle amiche e dagli sconosciuti gli fa provare un’autentica, inedita felicità. Ci tiene però a precisare che il sesso in tutto questo non c’entra. Lui continua ad amare e desiderare sua moglie. Spera solo che lei “lo tenga così”, magari rimproverandolo e castigandolo. In effetti, non so se C. proseguirà sulla strada della psicoanalisi; il suo problema è totalmente egosintonico; anche le fantasie di castigo soddisfano probabilmente delle quote masochistiche. Il conflitto è tutto esteriore con la moglie che non lo accetta e lui non riesce a capire perché. È lei che lo ha costretto a venire a consultarmi, ma in fondo spera che sia io invece a convincere la moglie. Tristemente, mi rendo conto che quest’uomo buono e mite, ingenuo e innocente, è consegnato nelle mani della moglie come un bambino; non può però rinunciare al travestimento, che è l’unica area nella quale trova holding, emozioni e tenerezza. Credo che Claudio/Claudette sia davvero un caso “classico” di travestitismo: si sente maschio, ha una sessualità maschile e tiene molto ai suoi genitali; ma è stato costretto a rifuggire dall’identificazione con il padre, malato e danneggiato. Ha dovuto allora ripiegare su una identificazione femminile – o meglio femminile fallica – risignificata a posteriori dalla relazione sensuale e affettiva di rispecchiamento con la cameriera. Quando coscientemente “gioca” a fare la donna, mette in scena inconsciamente una coppia confusa di madre e bambino e conserva come un tesoro segreto il suo pene nascosto nelle vesti femminili9. Claudio ha manca9. Si possono notare delle significative variazioni su questo punto; altri travestiti godono invece nel rivelare all’improvviso la loro maschilità e nel provocare in chi guarda una reazione perturbante.

to l’esperienza fisiologica del narcisismo originario di poter essere visto come bello e perfetto da una madre, ben prima dei problemi della definizione del genere sessuale. Penso che egli, sull’onda dell’angoscia di castrazione, abbia organizzato la soluzione perversa basata sul diniego e la conseguente scissione diseguale dell’Io. Il travestitismo è l’innocua soluzione patologica del complesso di edipo, che elude la presa d’atto della differenza tra maschi e femmine e che implicherebbe il doloroso riconoscimento di non essere “il bambino meraviglioso” e di restare solo.

4. Quesiti metapsicologici

Da queste sia pur brevi notazioni cliniche credo si evincano le analogie tra Letizia/Leo e Claudio/Claudette. Entrambi invocano un “diritto”: quello di essere visti e riconosciuti dagli altri secondo la loro immagine interna. Entrambi sono portatori di una pretesa/speranza di arrivare a una soluzione “impossibile”. Entrambi mostrano un intreccio complesso di problemi identitari e sessuali a livelli edipici e pre-edipici. Tuttavia, le differenze sono ancor più significative e, a parer mio, ci offrono la possibilità di fare delle considerazioni generali su tali patologie. La strategia del travestitismo salva a suo modo la sessualità e l’esercizio della pulsione, con intensa erotizzazione del corpo travestito e non di rado con quote masochistiche più o meno esplicite. Il transessualismo, invece, prevede solo la soluzione disperata ed estrema della mutilazione, che sacrifica la sessualità insieme alla parte corporea che la rappresenta. Come ho osservato nel caso di Leo, il progetto è la distruzione degli organi femminili. Si può obiettare che invece i transessuali maschi (e talvolta anche le femmine) esigono dalla chirurgia plastica la “costruzione” di un simulacro dei genitali del sesso ambito. Ma a mio parere la questione non cambia, poiché anche in questi casi il primo passo è l’asportazione di pene e testicoli e con essi della capacità orgasmica. L’eros superstite è così affidato alla sensualità pregenitale, “imitativa” nel senso di Gaddini, sensoriale di superficie. La pseudo-identità femminile che ne emerge trae piacere soprattutto dal fatto di piacere e di dare piacere agli uomini, poiché ciò rimanda a un’immagine di sé rassicurante, amabile e amata. La differenza più importante è relativa al livello dello sviluppo nel quale la patologia si organizza. Il travestitismo, a mio parere, corrisponde a uno stadio più evoluto dei processi di separazione-individuazione, corrispondente alla fase e all’area transizionale, nel senso di Winnicott. Non a caso il sintomo si gioca preci-

puamente con gli abiti, i tessuti (dunque con materiale inanimato)10 e utilizza le strategie del gioco e dell’illusione condivisa. Penso agli interessanti lavori di Greenacre (1969, 1970) e poi di E. Gaddini e R. Gaddini De Benedetti (1989) a proposito della patologia dell’oggetto transizionale e del raffronto tra feticismo infantile e oggetto transizionale patologico eccitante. Il processo di pensiero del transessuale, sia pure limitatamente al nucleo dell’identità di genere, è invece vincolato alla concretezza del corpo, è collassato nel reale ed è insensibile al gioco dell’illusione. La caparbia ostinazione a cercare la soluzione al livello biologico è sintomo del mancato accesso al simbolico, della radice in un’area presimbolica di incompiuta separazione tra sé e non sé. La mia risposta ai quesiti iniziali è dunque che convenga continuare a tenere distinto il travestitismo dal transessualismo e che entrambi vadano considerati, almeno come riferimento teorico di base, nel quadro delle perversioni. In contrasto con la truce strategia della devastazione anatomica, penso talora al fascino, alla seduzione, al grande piacere senza danno della “illusione condivisa” che le ambiguità dell’identità maschile e femminile di tutti i tempi ci offrono nel mondo dello spettacolo, dell’arte e della fantasia. Sotto le luci della ribalta, il travestimento esercita su tutti noi una magica fascinazione; la realtà e le sue dure leggi sono momentaneamente sospese, ma senza impazzire; l’attore travestito esprime qualcosa in più, possiede uno charme e un appeal superiore a quello della donna vera11.

5. Struttura

Sigmund Freud – a partire dal celebre lavoro sul feticismo – indaga la specifica, seppure non esclusiva, organizzazione psicopatologica delle perversioni, messa in moto dall’angoscia di castrazione: il diniego della realtà 10. Pensiamo alla storia personale di G. G. de Clérambault, affascinante di genialità e di patologia e ai suoi scritti ancora oggi validissimi (Passione erotica per le stoffe nella donna, 1908-1910) e alla recente rivisitazione del lacaniano J. J. Tyszler “La pelle rivoltata. Note sul godimento di involucro”, in: Transessualismo. Saggi psicoanalitici, a cura di P. Valerio, M. Bottone, R. Vitelli (2001); e anche al libro di A. Castoldi (1994) Clérambault, stoffe e manichini. 11. Desidero almeno citare – tra i tanti esempi possibili – la “novella orientale” di M. Yourcenar bella e crudele Comment Wang-Fô fut sauvé (Gallimard 1963); la inedita, delicata filastrocca di Alvise Sapori riportata qui in appendice e il recente musical di N. Piovani Concha Bonita.

anatomica della differenza tra maschi e femmine, al quale consegue la scissione diseguale dell’Io. Una parte dell’Io funziona e si evolve normalmente, mentre un’altra – scissa, appunto, non integrata – denega una quota della realtà percettiva: essenzialmente quella della realtà corporea e del significato simbolico delle due grandi differenze tra maschio e femmina e tra adulto e bambino. Pur tenendo conto delle molte forme ambigue, miste e di passaggio, a parer mio va ancora riconosciuto come fondante del quadro clinico di travestitismo e transessualismo il meccanismo difensivo tipico della perversione del diniego e la conseguente scissione strutturale diseguale dell’Io, che rende ragione sia nei transessuali che nei travestiti del contrasto paradossale tra la parte dell’Io relativamente ben funzionante e in contatto con la realtà e il delirio circoscritto relativo al genere sessuale. Al femminile Il transessualismo è un’esplicita smentita del vecchio assunto che le donne siano esenti dalla patologia delle perversioni (tranne il masochismo, nel quale è sempre stata riconosciuta la nostra “eccellenza”). D’altronde, fino a che la società, e la psicoanalisi, hanno negato al sesso femminile gli istinti, sia aggressivi che sessuali, era logico che ne venissero ignorate anche le deformazioni patologiche (Argentieri 2004). Secondo la mia esperienza, l’organizzazione psicopatologica del transessualismo è sostanzialmente simile negli uomini e nelle donne: la convinzione delirante – un tipico delirio circoscritto – di appartenere al sesso opposto e la convinzione compulsiva di volerlo riguadagnare, nasconde la fantasia inconscia di attaccare nel proprio corpo la parte “cattiva”, cioè pulsionale. Tale parte, vissuta come minacciosa e persecutoria, corrisponde a livello di coscienza all’identità di genere che è stata loro conferita alla nascita; per loro, però, “maschile” o “femminile” corrispondono solo a una scissione difensiva, a una pseudo-distinzione tra aspetti parziali di sé e dell’altro12. Come ho sostenuto in diverse passate occasioni, le distinzioni tra madre e padre, maschile e femminile sono un lungo, tortuoso processo (Argentie12. Come scrive Sigmund Freud (1922) in una fondamentale “nota” de L’Io e l’Es, che viene troppo spesso trascurata anche dagli psicoanalisti, non bisogna dimenticare che quando analizziamo la prima infanzia parliamo in genere del rapporto con la madre: «[…] ma sarebbe più prudente dire “con i genitori”, in quanto padre e madre – prima che sia conosciuta con esattezza la differenza tra i sessi – non sono valutati differentemente».

ri 1982, 1988, 1999, 2004). Occorre infatti che sia il bambino che la bambina imparino dapprima a stabilire i confini tra sé e non sé, nella dimensione duale; e poi a riconoscere i genitori non solo come “separati”, ma anche come “diversi”, tra loro “non omologhi”, nella dimensione triadica. Sappiamo quanto questo percorso – mai interamente concluso – sia complicato da insidie, compromessi, arresti, difese. Troppe volte, nel corso dello sviluppo, si possono organizzare – anziché delle autentiche differenziazioni – delle scissioni difensive, delle pseudodistinzioni di aspetti parziali di sé e dell’altro e poi delle artificiose ricomposizioni, più o meno stabili che, a livello della coscienza, riguardano la madre e il padre, il sesso femminile e il sesso maschile; ma a livello inconscio rispondono invece a operazioni difensive rispetto ad angosce e conflitti, seppure al prezzo di distorcere la conoscenza. Così, ad esempio, gli aspetti pulsionali sessuali e aggressivi possono essere scissi e proiettati sul padre e poi su tutti i maschi; mentre sulla madre restano difensivamente gli aspetti teneri, fusionali del rapporto. Oppure viceversa. Le scissioni possono declinarsi non solo secondo la “classica” linea orizzontale tra “buono” e “cattivo” (pene o seno, alternativamente), ma anche secondo livelli verticali, primitivi o più evoluti dello psichismo e del rapporto: edipici e pre-edipici, teneri ed erotizzati, emotivi e intellettuali… Tali artificiose e tortuose scissioni spesso persistono nell’età adulta e si organizzano come “teorie” sulla natura maschile e femminile (E. Gaddini 1989). Evidentemente, le combinazioni sono assai variabili; non solo a seconda del dato basilare che il soggetto nasca bambino o bambina, ma anche a seconda delle vicissitudini relazionali precoci e delle reali caratteristiche dei genitori. Il problema, dunque, è da un lato discriminare, dall’altro integrare dentro di sé e nei rapporti vari livelli dello sviluppo e delle aree del funzionamento psichico: cioè, poter differenziare senza scindere. Un processo che è fallito nel transessualismo. Sempre secondo la mia esperienza, non mi sembra invece di avere incontrato dei veri e propri casi di travestitismo nel sesso femminile, sia nelle adulte che nelle bambine. Certo ci sono donne che amano vestirsi con stile mascolino, ma ciò mi appare piuttosto come un elemento secondario o strategico, mirato a raggiungere uno scopo concreto e reale. Non ho mai incontrato donne che abbiano bisogno di travestirsi per riuscire a fare sesso, né bambine che abbiano l’ossessione di vestirsi da maschio o che disegnino compulsivamente immagini maschili idealizzate. Un bambino di 4 anni, del quale mi viene riferito in supervisione, non solo adora vestirsi con gli abiti della mamma, ma guarda anche affascinato sui settimanali

le immagini di spose e principesse. Disegna poi ripetitivamente – con abilità e con ricchezza di dettagli e di colori – figure di donne coronate, con lunghi abiti sontuosi e scintillanti. Il piccolo dorme sempre con la mamma perché “non vuole stare solo”, dicono i genitori. Come “rimedio” hanno pensato bene di buttargli via bambole e gioiellini, dicendogli che li hanno portati via i ladri. Il terapeuta ha commentato giustamente: qui bisogna aggiungere qualcosa, non togliere! Al momento, non ho risposte. Probabilmente, è ragionevole continuare a cercare la spiegazione della impari distribuzione tra i sessi del travestitismo nelle diverse soluzioni relative all’angoscia di castrazione13. La trasformazione del concetto di perversione Possiamo oggi continuare a parlare di perversioni in generale, come un unico gruppo psicopatologico, al quale corrisponde la specifica – seppure non esclusiva – struttura, individuata da Freud nel feticismo: la classica combinazione difensiva di diniego e conseguente scissione dell’Io, che salva una quota della personalità dalla psicosi? Oppure dobbiamo sancirne il passaggio da sindrome a sintomo generico, che ci obbliga a individuarne caso per caso le diverse connotazioni qualitative e quantitative? Nella psicoanalisi moderna vediamo, infatti, una più o meno esplicita trasformazione del concetto, che assume per i diversi autori i più soggettivi e divergenti significati. Per fare solo qualche sporadico esempio, secondo A. Limentani le perversioni sono ormai solo “sintomi”, per lo più abbastanza generici e senza alcuna struttura specifica; a suo avviso, nell’epoca attuale non è il concetto psicoanalitico di perversione che è mutato, ma il panorama clinico. W. Bion e M. Kahn invece, pur nelle loro diversissime costruzioni teoriche, individuano come perverso un particolare funzionamento mentale al quale corrisponde una particolare modalità del rapporto oggettuale, in misura relativamente indipendente dalle scelte sessuali. Molti autori, d’altronde, pur senza enunciare uno specifico modello teorico, parlano di “transfert perverso”, derivato da una speciale modalità distorta della relazione e degli affetti. Chasseguet-Smirgel e Mc Dougall – che operano con concettualizzazio13. Vedi in proposito il saggio di Francesca Molfino “Cambiare vestito o cambiare corpo? Transessualità: il corpo, un vestito per la mente” in Travestimenti e metamorfosi. Percorsi dell’identità di genere in epoche e culture, a cura di L. Guidi e A. Lamarra, con una postfazione di A. Nunziante Cesaro (2003).

ni teoriche radicalmente opposte – utilizzano entrambe il concetto di perversione in un ventaglio molto ampio, che va dalle singole situazioni cliniche alla dimensione socio-politica delle grandi vicende storiche dei totalitarismi e delle guerre. Rimando in proposito al brillante saggio di J. Whitebook (1991, 1998). Altri ancora parlano di perversione come di una caratteropatia o come di un’organizzazione di tipo borderline. Una significativa conseguenza dello sganciamento del concetto di perversione dal concetto di pulsione è stato l’aprire la porta alle perversioni femminili (Cooper 1991). Molfino (2003), nel già citato saggio, enuncia l’interessante ipotesi che oggi le donne, ricorrendo meno alla maternità come difesa dall’angoscia di castrazione, «utilizzino nel loro desiderio “mimetico” il meccanismo maschile della perversione come difesa dalle angosce di castrazione». Kaplan (1992), spostando l’obiettivo dalla sessualità all’identità di genere, traccia un’altra gamma di comportamenti malati perversi al femminile: cleptomania, automutilazioni, anoressia…; reinterpreta così il problema contrapponendo all’elenco delle perversioni classiche maschili, quello delle variazioni dell’identità di genere delle donne in relazione al contesto socio-culturale, perdendo sempre più il nesso originario non solo con la relativa struttura, ma anche con la pulsione sessuale. Le osservazioni più interessanti in materia restano quelle di Estela Welldon (1998, 1991), la quale sostiene che le perversioni femminili ci sono sempre state, ma non abbiamo voluto vederle. Credo anch’io che le positive trasformazioni socioculturali che nelle ultime generazioni hanno consentito alle donne uno sviluppo psicosessuale meno inibito nella normalità, si riversino inevitabilmente anche nella patologia, producendo quadri clinici inediti. Si cominciano a segnalare, infatti, casi femminili di feticismo, oppure di alcune pazienti che – proprio secondo il classico stereotipo ottocentesco dell’esibizionista – spalancano improvvisamente il soprabito per mostrare il seno nudo agli sconosciuti. Non mi appare invece fruttuoso continuare a dilatare il termine di perversione alle tante situazioni occasionali e fenomeniche, in tutte le accezioni colloquiali, allusive che ha assunto ultimamente, che lo riducono a un aggettivo di forte suggestione emotiva, ma di estrema vaghezza concettuale. Anziché un arricchimento, ne deriva una diluizione di significatività e un decremento della potenzialità operativa.

6. Livelli precoci: aggressività e narcisismo

Il concetto di identità di genere fa riferimento a epoche arcaiche della vita, quando il senso di appartenenza al genere maschile o femminile comincia a organizzarsi nella dimensione relazionale con i genitori a livelli preverbali e sensoriali. Tale vicissitudine evolutiva si inserisce nel più ampio tema dei livelli precoci dello sviluppo che, come è noto, costituiscono il più significativo ampliamento di orizzonte del dopo Freud. A partire dagli anni ’40, infatti, la psicoanalisi ha dedicato molta attenzione ai cosiddetti livelli pre-edipici, narcisistici e alle patologie che ne derivano. Il modo in cui la questione viene formulata e affrontata dipende inevitabilmente da come i vari autori concettualizzano i livelli precoci14. Ad esempio, Winnicott postula una fase precoce dell’esistenza non solo pre-edipica, ma anche preconflittuale e pre-oggettuale, nella quale non ha luogo il gioco pulsionale. Un modello radicalmente opposto a quello kleiniano, che vede le pulsioni in atto fin dalla nascita. Parallelamente, è diverso il modo di concettualizzare l’angoscia ai livelli primitivi: come angosce catastrofiche di annichilimento (Winnicott), di integrazione/non integrazione (Gaddini), di persecuzione (Klein). Di conseguenza, è diverso il modo in cui ciascuno può tentare di spiegare transessualismo e travestitismo (o transgender, purché se ne specifichi il senso), dando maggiore o minore rilievo alle vicissitudini pulsionali, a ciò che accade prima o a ciò che accade dopo. Aggressività e narcisismo Pressoché tutti sono concordi nel ritenere che alla radice di queste patologie ci sia un danno narcisistico, un’immagine di sé deficitaria e svalutata, che tenta la riparazione maniacale. Il transessualismo – scrive C. Chiland (2003) – è “una malattia del narcisismo”. Le fantasie che accompagnano il travestitismo, e ancor più il cambiamento di sesso, sono vissute come portatrici di sicurezza e benessere, di un consolidamento del “senso di sé” del quale parla Winnicott. Ma, come ha riscontrato anche A. Oppenheimer (1992), nel transessuale c’è in più l’odio 14. Così ci imbattiamo nel problema più spinoso della psicoanalisi attuale: quello del confronto/competizione tra modelli, che produce annose e, temo, insolubili diatribe. Rimando, a questo proposito, ad un mio precedente lavoro: L’incesto ieri e oggi. Dal conflitto all’ambiguità, presentato al Convegno COWAP di Ravello del 2003 (pubblicato poi, nel 2005, in On Incest. Psychoanalytic Perspectives.

inconscio verso i due genitori, destituiti della loro precipua funzione generatrice. La “nuova nascita” celebra questo trionfo maniacale e garantisce “benefici narcisistici”. Credo peraltro che – come d’altronde siamo tenuti a fare ogni qual volta tentiamo il raffronto tra la psicopatologia dei tempi eroici e quella dei nostri giorni – sia necessario tenere conto del ruolo che – accanto alla libido – ha assunto l’aggressività, quale che sia lo statuto teorico che le viene affidato dai vari autori, dal tardo Freud stesso in poi. Siamo ormai tutti consapevoli, infatti, che ciò che muove il pervertito non è l’Eros, ma la disperazione e la rabbia per l’inesorabile fallimento delle esperienze di soddisfacimento, che lo condanna alla coazione a ripeterle senza fine15. Sia nei travestiti che nei transessuali, a mettere in moto la soluzione perversa non è la libido, ma l’esigenza di scongiurare l’angoscia relativa alla distruttività nel rapporto. La fantasia di riparazione maniacale di costruzione dell’anatomia del sesso opposto, a mio parere è secondaria. Il medico e il chirurgo devono esserne gli esecutori e lo psicologo il testimone compiacente. Nel gioco delle identificazioni/disidentificazioni, ciascuno giunge a costituire la propria identità di genere e quella dell’altro più come una rete dinamica di relazioni che come una rigida architettura. A mio parere, l’identità maschile o femminile di ciascuno è il risultato della più o meno felice ed armoniosa integrazione di vari livelli: 1) un primo livello anatomico, biologico (con lo specifico substrato genotipico, fenotipico, ormonale…); 2) un secondo livello del genere, del senso psicologico di appartenenza (nel senso inaugurato da Stoller), che si articola necessariamente nella dimensione relazionale; sia nel rapporto con gli altri, come uguali o differenti; sia nel rapporto con il proprio corpo; 3) un terzo livello delle vicissitudini pulsionali da cui deriva l’agire, o il non agire, la sessualità; 4) un quarto livello che riguarda i ruoli e le funzioni solo secondariamente e culturalmente determinati; 5) un quinto livello, infine, metaforico, molto frequentato anche dalla teoria psicoanalitica (e a mio parere portatore di tanta confusione) in cui si tratta di “maschile” e di “femminile” in senso analogico, poetico, o come composita duplicità dialettica della natura (Argentieri 1988). 15. La scena primaria non si articola in una processualità, ma è condannata a essere agita coattivamente in una messa in scena deformata e sempre uguale a se stessa. Come scrive M. Kahn, il pervertito, dominato da un terribile vuoto interiore, è inconsolabile e insaziabile.

Seppure tutti questi livelli sono strettamente intrecciati, ciò non significa che vadano sempre armoniosamente di pari passo nel corso dello sviluppo. Travestitismo e transessualismo ne sono la clamorosa prova. Identificazioni e disidentificazioni Frequentemente – a proposito dell’acquisizione del genere sessuale – si parla del problema della cosiddetta “disidentificazione dalla madre” e quasi sempre c’è stato un sostanziale accordo con le concettualizzazioni espresse da Greenson nel 1967. Brevemente, ricorderò che Greenson partiva dalla tesi di Freud secondo cui la bambina deve elaborare due importanti aree conflittuali dalle quali il maschio è esente: cambiare zona erogena dalla citoride alla vagina e cambiare oggetto d’amore dalla madre al padre. Ma, osserva Greenson: […] il bambino, per poter raggiungere un sano senso di mascolinità, deve sostituire il suo oggetto primario di identificazione, la madre, per identificarsi invece con il padre. Credo che le difficoltà intrinseche in questo ulteriore passo evolutivo da cui le bambine sono esenti siano responsabili di alcuni problemi particolari relativi all’identità sessuale dell’uomo […]. Anche la bambina deve disidentificarsi dalla madre se vuole sviluppare il proprio personale sentimento di sé, ma la sua identificazione con la madre l’aiuta a stabilire la sua femminilità (Greenson 1967, p. 266. Corsivo mio). Per mio conto, ho invece molti dubbi circa il supposto vantaggio che questa cosiddetta identificazione primaria con la madre dovrebbe costituire per lo sviluppo femminile. Sinteticamente, ricordo che Freud (1921, 1922) usò molto di rado il termine identificazione primaria, riferendosi alla «[…] forma più originaria di legame affettivo con un’altra persona», una forma di legame «nella preistoria dell’edipo» che è diretta, immediata e non prevede investimento oggettuale. Mentre le identificazioni secondarie, più tardive e strutturanti, erano, a suo avviso, il risultato dei processi introiettivi all’epoca della risoluzione del complesso d’edipo. Certo, all’epoca di queste concettualizzazioni freudiane non erano ancora state descritte le vicende precoci dello sviluppo; è però evidente che Freud non mancò di sottolineare la qualità arcaica, pre-oggettuale, non sessuale di questo meccanismo: « […] in queste identificazioni primarie l’Io copia […] la persona» (Freud 1921), e poco più oltre precisa che va distinto ciò che il bambino vuole essere (identificazione con il padre), da ciò che vuole avere (la madre come investimento oggettuale sessuale).

Comunque, quale che sia il modello teorico di riferimento, credo che tutti sarebbero d’accordo nel sancire la differenza non solo quantitativa tra questi livelli primitivi – di cosiddetta identificazione primaria, di indifferenziazione, di non avvenuta distinzione tra sé e non sé – e i livelli successivi di identità, quale complesso (anche se mai del tutto compiuto) processo di introiezione, strutturazione, integrazione. Quindi, il conservare il termine di identificazione primaria e il corrispettivo termine di disidentificazione continua ad alimentare ambiguità e confusione; come quando sembra che si dia per scontato il fatto che per una bambina la cosiddetta identificazione primaria con la madre equivalga a una sia pur primitiva acquisizione del genere femminile (Argentieri 1985). Il difficile compito che ciascuno di noi, maschio o femmina, deve affrontare per poter poi acquisire un’identità è, infatti, non quello di disidentificarsi, ma di separarsi, individuarsi e differenziarsi dall’originaria situazione fusionale e indifferenziata con la madre. Anzi con le figure genitoriali. Non riuscire a compiere felicemente questo processo è altrettanto catastrofico per lo sviluppo sia dell’uomo che della donna. Molto problematico, invece, è capire come e quando, nel corso dello sviluppo, l’identità di genere – maschile o femminile – si innesti e si articoli nel processo di identità personale. È vero che tutto parte dal corporeo, da esperienze sensoriali precocissime e che fin dalle prime epoche della vita – quando non è ancora stato acquisito il confine tra sé e l’altro – un bambino o una bambina possono già essere in grado di registrare mentalmente intuizioni e sensazioni delle diversità tra maschi e femmine; ma non credo che questo non debba essere inteso né come la possibilità di individuare come femminile la madre, né di categorizzare fin dall’origine in senso “adultomorfo”, anatomico e psicologico, il “maschile” e il “femminile”. Più accettabile, semmai, mi sembra l’ipotesi che solo in epoche successive, nel corso dei processi di separazione, individuazione e differenziazione avvenga, come “effetto retroattivo”, una ricategorizzazione delle esperienze e delle fantasie primitive in termini di maschile e femminile a livelli più integrati (Fast 1979). Quindi, all’origine, all’epoca delle cosiddette identificazioni primarie (ma anche – come la nostra esperienza clinica ci insegna – in epoche adulte, se sviluppi patologici non hanno consentito un’adeguata maturazione) l’immagine materna – ben lungi dall’essere “femminile” – non può che essere confusa, composita di attributi e funzioni che sono insieme “materni” e “paterni”. Dimodoché l’acquisizione matura della propria identità sessuale è sempre accompagnata dal riconoscimento di quella del sesso opposto, in una dimensione di precisa reciprocità. Non si diventa realmente uomini senza capire che cosa è una donna, così come – per sviluppare la sua im-

magine femminile – una bambina, a partire dalla relazione primaria con la madre, ha bisogno di sviluppare parallelamente il senso della mascolinità attribuita ai maschi reali con i quali entra in rapporto. Le normali fasi della vita femminile – quali il menarca, la gravidanza, l’allattamento…– implicano non solo un momento di crescita, ma anche un doversi riconoscere concretamente uguali alla madre; e questo evidentemente è tanto più minaccioso quanto più il rapporto è gravato da ambivalenza, soprattutto dall’ambivalenza materna verso la figlia che cresce e dalla quale sente insidiato il suo ruolo di madre idealizzata (Pine 1992). Credo che sia per questo che molte giovani sentono l’appartenenza al genere femminile come una trappola che implica l’essere ricatturata per sempre regressivamente proprio da quella madre dalla quale si tenta disperatamente di staccarsi. Così spesso la difficoltà di uscire dal legame fusionale si esprime in patologie che riguardano proprio l’identità di genere femminile: amenorrea, sterilità, aborti, oppure – appunto – transessualismo. In netto contrasto con le concettualizzazioni che fanno capo a Greenson, penso quindi che sia vero proprio il contrario: e che cioè per una donna la cosiddetta identificazione primaria, cioè il livello indifferenziato, fusionale con la madre, ben lungi dal rappresentare un aiuto, possa costituire invece il più grosso ostacolo per l’acquisizione dell’identità di genere femminile. Stoller parla di una proto-femminilità originaria, comune al bambino e alla bambina, alla quale il paziente rimarrebbe ancorato; Person e Ovesey (con i quali su questo punto sono in maggiore sintonia) fanno riferimento a un nucleo ambiguo originario, non ancora maschile né femminile16. Un segno rivelatore dell’identità di genere credo sia la postura: il modo di camminare e di muoversi dei transessuali, così spontaneamente corrispondente a quello del sesso desiderato, che sembra proprio inscritto precocemente nell’immagine corporea, nelle ossa e nei muscoli. Penso per contro alla nota di eccesso, all’enfasi esagerata dei travestiti, alla qualità teatrale di messa in scena nel corpo del loro atteggiamento. 16. Credo sia giusto, quando si parla di ambiguità, fare riferimento a Josè Bleger, che pone il nucleo ambiguo alla base delle organizzazioni perverse, non solo sessuali. Secondo il suo modello, la regressione al funzionamento ambiguo è la difesa a fronte di situazioni conflittuali insostenibili. Egli parla delle polarizzazioni dell’ambiguità; cioè di come atteggiamenti estremi, apparentemente in irriducibile contrasto, possano – nell’individuo come nella società – derivare dallo stesso “nucleo ambiguo”, dallo stesso livello primitivo resistenziale dell’organizzazione psichica. Ad esempio, le più feroci invocazioni della pena di morte per i crimini sessuali possono derivare dal mancato controllo interiore di parti scisse di sé distruttive e violente.

Caterina, 23 anni, studentessa di ingegneria. Arriva alla consultazione dopo una psicoterapia cognitivista interrotta. «Non mi importava niente di quello che mi chiedeva sulla mia infanzia. I miei problemi sono altri» esordisce già scoraggiata. Da “sempre” sa che il suo corpo femminile è sbagliato. Ha tentato, per trovare sollievo, di fare sesso con una donna, ma non è servito a niente; era solo ginnastica. «Io non sono una lesbica!» afferma con indignazione. Caterina ha un aspetto fisico piacevole, veste in modo appropriato, porta i capelli lunghi; non ricorre ad alcuna civetteria femminile, ma neppure ricorre ad atteggiamenti e orpelli da macho. Dopo la consultazione, accompagnandola alla porta, seguendola nel mio lungo corridoio, ho osservato la sua andatura, più eloquente di ogni discorso. Si muove proprio come un ragazzo e ho misurato appieno la mia impossibilità ad aiutarla nell’unico modo che lei vorrebbe. Un altro aspetto psicofisico del genere sessuale è la voce, che merita una trattazione a sé17. Comprensibilmente, tutti noi ci interroghiamo su quali possano essere state le vicende relazionali precoci con i genitori di questi pazienti. Tuttavia, credo che non si debba dare troppa enfasi all’aspetto genetico. Ciò che scopriamo, infatti, sono inevitabilmente elementi generici, non specifici, riscontrabili in una gran quantità di patologie. Penso all’esasperante monotonia dei resoconti clinici dei nostri giorni, che segnalano madri possessive e padri assenti, pressoché in ogni tipo di patologia in ambo i sessi. È ovvio che travestiti e transessuali hanno avuto un rapporto fusionale irrisolto con la madre e che il padre non ha svolto adeguatamente la sua funzione di “terzo”. Ma purtroppo ciò non è indicativo, né tanto meno può essere additato a posteriori, in un meccanico nesso post hoc, propter hoc – come la “causa” di particolari sindromi. Eugenio viene per la prima volta in consultazione quando ha 27 anni. È un giovane intelligente e sensibile, molto colto. Egli stesso mette in relazione con la morte della madre, alla quale era molto legato, il suo impulso attuale a vestirsi da donna. Non è attratto però dal tipico enfatico look dei travestiti; predilige anzi uno stile sobrio e quasi dimesso “da signora”. Ancor più esplicitamente, comincia a indossare i vestiti della madre, custoditi devotamente. Il piacere si accresce quando – così abbigliato – va nei negozi a cercare nuovi accessori. Dice chiaramente che il travestirsi è per lui un espediente per negare il dolore della perdita ed eludere il lutto. Solo anni dopo potremo comprendere la connotazione profonda del narcisismo distruttivo, radicato nell’epoca infantile in una ferrea complicità con la madre, volta a “far fuori” il padre. La donna aveva di fatto sostituito il marito con il figlio, 17. Argentieri: “Riflessioni sul destino di un evirato cantore”, in Sandro Cappelletto (1995) La voce perduta. Vita di Farinelli, evirato cantore. Matteo De Simone: “Silenziosa voce” (in corso di pubblicazione).

“risparmiandogli” il conflitto edipico. Così, in seguito, ha preso ad attaccare la parte di sé maschio adulto. Sia Robert Stoller a partire dagli anni ’60, sia Ethel Person e Lionel Ovesey all’inizio degli anni ’70 concordano sulla radice precoce relazionale del disturbo dell’identità di genere. Stoller ritiene di aver individuato un’abbastanza tipica costellazione familiare, con un padre poco significativo e una madre che cattura il figlio maschio in una rete fusionale, che produce “un consolidamento a-conflittuale dell’originario nucleo dell’identità di genere proto-femminile”. Person e Ovesey parlano invece di una forma estrema e precoce della angoscia di separazione, evocata nel bambino da esperienze premature e traumatiche di interruzione del vissuto fusionale con la madre, che provoca il terrore di andare in pezzi, nella linea delle angosce di annichilimento catastrofiche del sé di cui parla Winnicott (o delle angosce di non integrazione di Gaddini). La fantasia di fare tutt’uno con la madre può coincidere con l’organizzazione difensiva del delirio transessuale del maschio. Ma, a mio parere, ciò non è altrettanto utilizzabile per spiegare il transessualismo femminile. L’attaccamento a una “identificazione primaria” – se proprio dobbiamo continuare a nominarla così – deve essere correlato al bisogno di escludere un’altra quota identitaria: quella legata ai livelli pulsionali. Ciò accade, a mio parere, sia nei transessuali, sia – in forma meno cruenta – nei travestiti. Il difficile è capire quando la perversione ha davvero a che fare con le vicissitudini delle pulsioni sessuali e aggressive; e quando invece – sotto l’apparenza di comportamenti adulti ed evoluti – si celano bisogni molto più primitivi di fusionalità e di contatto, al servizio dei quali può andare la sessualità. Non credo, tuttavia, che gli approfondimenti psicoanalitici relativi alle vicissitudini del narcisismo distruttivo tolgano valore all’edipo quale nodo organizzatore o disorganizzatore della patologia (Argentieri 2005). Più a ritroso si scava, infatti, più ci si imbatte necessariamente nelle angosce di separazione, negli elementi basilari, ma generici dello psichismo. Dobbiamo semmai riconsiderare come i due livelli edipico e preedipico si embrichino fra loro; quale sia il bagaglio con cui si arriva al crocevia edipico; come le precedenti vicissitudini evolutive si siano svolte a partire dalla sensualità indifferenziata dell’auto-erotismo originario, dai processi di separazione-individuazione, di identificazione-disidentificazione primari; come si siano articolate le prime organizzazioni difensive rispetto alle angosce arcaiche di integrazione-non integrazione, di perdita di sé e di annichilimento. Insomma, ancora una volta, dobbiamo tentare di esplorare quale peso

condizionante abbia sulle tappe successive della crescita ciò che è avvenuto prima; ma anche, per “effetto retroattivo”, quanto il “dopo” riorganizzi e ricostituisca di senso il “prima”. È così, a mio parere, che la sessualità mantiene la sua importanza come elemento strutturante e caratterizzante della perversione, anche – anzi particolarmente – quando viene sacrificata. A conti fatti, mi sembra che l’esperienza dimostri che nell’ambito del travestitismo e del transessualismo è possibile riscontrare sia casi con la tipica struttura perversa, sia casi misti, forme di passaggio più plastiche e mobili. Possiamo così incontrare pazienti con organizzazioni borderline, portatori di sintomatologie perverse svariate: dalla frequentazione occasionale di prostitute o di travestiti, a tratti pedofili o sado-masochistici, nei quali tratti perversi sono appunto solo sintomi. Un uomo di 42 anni, operaio specializzato, sposato da tre anni e con due amanti fisse, più altre occasionali, arriva in consultazione molto preoccupato. Da quando la moglie è rimasta incinta, ha ogni tanto l’impulso di vestirsi da donna e di andare a prostituirsi in strada. Sceglie uomini anziani, ai quali pratica fellatio. Mi è sembrato evidente che l’imminente paternità abbia determinato lo scompenso di una precaria identità psicosessuale, fino ad allora compensata da agiti sessuali più accettabili a livello della coscienza (Pazzagli, 1999). A volte, nel corso di una terapia analitica, si può osservare il passaggio da un agire perverso a una sofferenza ipocondriaca, o a un comportamento tossicomane; che non ha alcun senso trasformativo, ma solo il carattere di un’oscillazione di carattere economico, nell’ambito di un funzionamento arcaico e autarchico (Argentieri 1994, 2004). Un mio paziente con alopecia areata, vitiligo e crisi di asma, episodicamente indulgeva nell’abitudine di frequentare travestiti, dai quali si faceva praticare fellatio. Penso fossero espressione di uno spostamento di tensioni intollerabili, che non corrispondevano a nessun viraggio della struttura. Disturbi dell’identità di genere e omosessualità La mentalità corrente tende a fare una massiccia confusione tra omosessualità, travestitismo e transessualismo. Purtroppo, tale confusione viene fatta spesso anche in ambito psicologico e psicoanalitico. Nella psichiatria classica l’omosessualità era tenuta ben distinta da travestitismo e transessualismo, seppure anch’essa era collocata tra le perver-

sioni18. Sigmund Freud, invece – contrariamente agli psichiatri del suo tempo, e anche ad alcuni psicoanalisti di prima e seconda generazione – non volle mai collocare l’omosessualità tra le perversioni. A rigore, omosessualità non è un concetto psicoanalitico, ma solo descrittivo, che corrisponde ai livelli consci e fenomenici della cosiddetta scelta sessuale e non ci dice nulla dell’organizzazione della struttura sottostante. Nell’omosessualità – come nell’eterosessualità – (questo è il mio pensiero) ci può essere di tutto: nevrosi, psicosi, perversione… e anche normalità, o meglio, quella sufficiente normalità che le vicissitudini affettive e relazionali individuali e di coppia consentono. L’omosessualità, un tempo nascosta e oggetto di penosi conflitti interpersonali e intrapsichici, viene oggi spesso proclamata ed esibita come scorciatoia per l’identità e come spiegazione passe-partout. Mi riferisco, cioè, ai tanti e alle tante che si presentano dichiarando “Sono omosessuale”, cercando di nascondere dietro questa pseudo-identità di facciata tutti i loro problemi con se stessi e con gli altri. Spesso, secondo la mia esperienza, si tratta di organizzazioni difensive che con il sesso non c’entrano niente e con l’identità di genere ben poco, che vogliono caricare ogni conflitto nel generico contenitore di un’omosessualità che si ritiene trasgressiva e che sembra abbia bisogno di una persecuzione esterna (che purtroppo non è difficile trovare nella realtà) per negare quella interna. Dietro ci può essere tutto o niente, ma c’è soprattutto confusione. Il problema vero non è nel “sono omosessuale”, ma nell’ “io sono”. È assurdo etichettatare una persona come patologica in quanto è omosessuale; ma per contro non può valere neppure l’assioma inverso: che essere – anzi proclamarsi – omosessuale metta automaticamente al riparo dalla diagnosi di patologia. Sono le due facce della stessa vile medaglia del pregiudizio. (In tutto questo, sta prendendo piede la mostruosità – sempre ovviamente a mio parere di minoranza – di favorire la psicoterapia di pazienti gay con terapeuti dichiaratamente gay). Non è detto che un travestito sia omosessuale; anzi, è più frequentemente eterosessuale; né credo che testimonino di un’autentica “preferenza” i prostituti stradali, che sembrano seguire le leggi della domanda e dell’offerta più che quelle del desiderio. In quanto ai transessuali, si muovono – come abbiamo visto – nell’area delle fantasie indifferenziate, ben al di qua 18. Nel 1980 giustamente il DSM ha espunto l’omosessualità dalle perversioni. Resta solo un modesto capitoletto marginale sull’“omosessualità distonica”, inserita tra le disfunzioni sessuali. Per quel che mi riguarda, non tratterò in questa occasione del tema dell’omosessualità, che a mio avviso merita una cornice teorico-clinica ben distinta da quella delle perversioni.

di una autentica capacità di distinguere omosessualità ed eterosessualità e spesso ostentano “disprezzo” per lesbiche e gay. Così pure, nell’omosessualità vissuta e manifesta può essere diversissimo il senso dell’identità di genere: ci sono gay con atteggiamento effeminato o “macho”, che non corrispondono certo alle grossolane categorizzazioni del volgo in attivo e passivo. Un giovane ex eroinomane, sieropositivo, disoccupato, convive con uno dei tanti viados brasiliani, che ha conservato il pene e i testicoli, ma si è fatto “fare” il seno. Quando non si prostituisce, adotta un abbigliamento ambiguo. Convivono ormai da tempo in armonia. Di quale mai sessualità e identità di genere si può parlare in questa coppia?

8. Collusioni: un nuovo conformismo

Credo che dovremmo dire chiaro che la ricostruzione, anzi la “riattribuzione” come sempre il politically correct vuole imporre, è un’illusione, anzi una truffa, che consiste in realtà in devastazioni chirurgiche irreversibili. È una scissione concreta, fatta col bisturi I pazienti stessi, fortunatamente, folli, ma non stupidi, cominciano ad accorgersene prima dei medici. Come ha detto una giovane transessuale, disperata, ma lucida: ««Non voglio l’intervento: quella è solo una mascherata». Certo i problemi dell’identità di genere sono sempre esistiti, in tutte le epoche e in tutte le culture. Oggi però, grazie alle moderne tecnologie, è possibile mettere in atto quelle eterne fantasie. In una rete malefica di collusioni, i primi responsabili sono i medici: endocrinologi e chirurghi che agiscono non con l’umiltà di ammettere i limiti naturali di ogni pratica terapeutica, ma – più o meno in malafede, magari a livello preconscio – con una sorta di “complesso di Dio”, pretendendo arrogantemente di creare a piacimento nuove identità. In quanto agli psicologi, per lo più sono confinati nelle équipe in un ruolo di gregari. Che psicoterapia è mai possibile condurre quando c’è l’ipoteca iniziale che prescrive al paziente di “elaborare” preventivamente il suo desiderio di cambiare sesso per avere il nulla osta al trattamento medicochirurgico? Rischiano di essere usati dai clienti solo per confermare ciò di cui già sono convinti. Gli psicoanalisti, come ho detto, si limitano in genere a intervenire sui danni già avvenuti, con riflessioni raffinate, ma di nicchia, tenendosi fuori dalla mischia. D’altronde, hanno poco ascolto; ad esempio, è caduta nel

nulla la mia idea che i gruppi di approfondimento psicologico andrebbero fatti non con i pazienti che aspirano al trattamento, ma con l’équipe medico chirurgica! Se facciamo un passo indietro in linea temporale, vediamo che i genitori e i parenti (come ci ha insegnato la lunga e saggia esperienza di Di Ceglie) si sentono inadeguati a fronteggiare il problema dell’identità di genere sessuale dei figli nel momento in cui emerge; incapaci di fermezza e autorità (come d’altronde sono la maggior parte degli adulti della nostra epoca), sono facilmente ricattabili da giovani preadolescenti maschi e femmine che minacciano il suicidio ed esigono di essere trattati con le prerogative del sesso opposto, a cominciare dal nome, e che non vogliono minimamente mettersi in discussione; anzi la pretesa è che siano gli altri ad aderire al loro delirio circoscritto. In buona fede possono così diventare i paladini della “libertà di scelta” dei loro congiunti. La collusione più subdola è infatti quella dei pazienti stessi, che mettono tutte le energie al servizio del loro progetto, con caparbia tenacia vogliono circoscrivere il disagio alla corporeità ed accettano cure solo sul piano anatomico. In questo senso, è di importanza preminente il ruolo dei vari “movimenti” di liberazione, orgoglio, solidarietà, studio19. Grazie alla funzione di rafforzamento del gruppo, la questione si sposta sul piano delle rivendicazioni legali, indirizzando tutta la conflittualità “fuori” in aggressività e polemiche contro la società repressiva. Un argomento che ho spesso sentito a sostegno degli interventi di cambiamento di sesso è che questi pazienti comunque sono irremovibili e sono a forte rischio di suicidio o di crollo psicotico. Benché distruttivo, l’intervento potrebbe essere il rischio minore. Io però, per la mia limitata esperienza, ho visto che il bisogno non si placa, come ogni qual volta si interviene sul sintomo, anziché sulla causa. In un primo momento si attenua la sofferenza; ma poi, quando dopo anni di torture fisiche, sofferenze psicologiche, sacrifici monetari, risulta chiaro a loro stessi che la “ricostruzione”, anzi la “riattribuzione” è impossibile, e che per di più la distruzione è irreversibile, scatta la rabbia, la disperazione, l’angoscia e soprattutto il risentimento per l’inganno subito20. 19. Nei paesi anglosassoni, sul modello fortunato dei Women Studies, con tutto il loro ingente patrimonio di riflessioni sul tema del Gender, si sta profilando il campo dei Queer Studies, che tendono a svalutare ogni ordine concettuale che preveda distinzioni, differenziazioni, categorizzazioni come strumento di definizione dell’identità. Il progetto ideologico è scardinare tali coordinate in nome del valore superiore dell’indifferenziato (Monica Toraldo di Francia, comunicazione personale). 20. Penso, per analogia, alla questione bioetica “Richiesta di amputazione di un arto sa-

Alcuni pensano che si potrebbe praticare la strategia alternativa di consentire il cambiamento di genere sessuale sui documenti senza il previo cambiamento dell’anatomia. Ciò sarebbe certo meno cruento, ma va comunque nella direzione di allearsi con le difese, anziché con i bisogni del paziente. L’altra strategia difensiva consiste nel mescolare in un unico calderone tutti i casi di cosiddette “neo-sessualità”21, particolarmente nell’usare prepotentemente la questione dell’omosessualità come uno scudo protettivo onnicomprensivo di richieste di riconoscimento sociale. Ovviamente, sul piano fenomenico, nei singoli casi umani si potranno intrecciare e sovrapporre le problematiche della pulsione e quelle del genere sessuale, quelle del travestitismo e del transessualismo, dell’omo e della etero-sessualità… ma non è di nessuna utilità, anzi è dannoso, confonderle anche sul piano teorico. Ad esempio, avallando luoghi comuni sul “valore della femminilità, meno violenta e più aperta all’ascolto” dei gay; in una sorta di equivalenze stereotipate tra omosessuali maschi e donne. Per quel che riguarda gli omosessuali stessi, maschi e femmine, notiamo una risposta oscillante verso tali semplificazioni: a volte vengono incoraggiate, in ordine al vantaggio di allearsi con la forza numerica dei nuovi movimenti per la conquista di diritti civili e culturali. Atre volte invece la reazione è di imbarazzo e rifiuto. In tanta non innocente confusione, ha una buona parte di responsabilità la cultura attuale, particolarmente, purtroppo, quella illuminata e progressista, talmente terrorizzata dall’idea di poter essere accusata di omofobia e razzismo, da avallare ogni equivoco riduttivo, dichiarando sbrigativamente una solidarietà a poco prezzo. Aggiungiamo che i due “opposti estremismi” che circolano nella mentalità corrente – sessuofobico/sessuofilico, tutti mostri/tutti normali – sono alleati collusivamente anche nello scoraggiare la già esile possibilità che il pervertito si accosti spontaneamente a cercare aiuto e cura. Nel primo caso, infatti, la paura e la rabbia esaltano la difesa dell’idealizzazione e della negazione della propria patologia; nel seno”, che ho dibattuto dal punto di vista medico e deontologico insieme a Monica Toraldo di Francia, filosofa, nel volume a cura di P. Funghi e F. Giunta (2005) Medicina, bioetica e diritto. La questione è se si possa aderire alla richiesta di un paziente affetto da dismorfia, che ha collocato in una gamba il suo nucleo persecutorio, in ragione del rischio di automutilazione, suicidio o di ulteriore scompenso psichico, se non si aderisce alla sua convinzione delirante. 21. Si profila anche il nuovo fenomeno degli asessuati; o meglio, si pretende di dare dignità di novità e di “scelta” a un problema antichissimo di repressione difensiva della pulsione sessuale. La novità consiste semmai nel fatto che tale repressione sembra divenuta egosintonica.

condo caso, offrono un comodissimo alibi per non cambiare. Come sta scritto efficacemente alla voce “transessualismo” nel Dizionario di Psicanalisi lacaniano (a cura di R. Chemama e B. Vendermersch, 1998), i cambiamenti chirurgici di sesso sono «una psicosi sociale che opera nel sessuale»22. Non ha senso, ad esempio, parlare di libertà di “scelta” rispetto al nostro orientamento sessuale; tutti semmai “siamo scelti” dalla vita a trovare soluzioni più o meno armoniose e più o meno felici, a seconda delle vicissitudini della vita e della storia relazionale di ciascuno. Come reazione alla rozza condanna della parte più retriva della società (odiosa, ma esplicita), è nato così un nuovo conformismo: dalla condanna moralistica all’ipocrisia normalizzante; dalla repressione alla collusione; due modi opposti di eludere la responsabilità delle proprie opinioni, rifugiandosi in un corto-circuito del senso. La stessa critica vale per l’uso delle argomentazioni biologiche: ieri come oggi, enfatizzare il ruolo di geni e cromosomi riduce a statico e ineluttabile destino, quindi non analizzabile, il processo della psicosessualità. I risultati di tanto subbuglio sono al momento paradossali e contraddittori: in molti paesi “civili” non abbiamo ancora il riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto; i matrimoni e le adozioni di coppie non tradizionali omo ed etero-sessuali si realizzano a macchia di leopardo; le cause di lavoro in ordine alla discriminazione sessuale sono caratterizzate dall’arbitrio episodico. Per contro, è apparentemente pacifica l’accettazione universale del cambiamento di sesso chirurgico. Come mai la società e la cultura, in genere così pigre e retrive, si dichiarano aperte proprio su un tema così difficile? Ad esempio, in Australia, a Sidney, un giudice ha sancito recentemente il diritto di una ragazza di 13 anni (!!) a “correggere” chirurgicamente il suo sesso anatomico. Perfino in Iran, dal 2004, i religiosi che amministrano la giustizia hanno decretato la liceità dell’intervento. In quanto all’Italia, ormai da oltre 20 anni nelle strutture pubbliche si prevedono gruppi di psicoterapia propedeutici agli interventi a base di ormoni e a manipolazioni chirurgiche. A mio parere, per la maggior parte delle persone è meno inquietante proclamare la propria “apertura” mentale verso il cambiamento chirurgico di sesso – che si basa sull’idea di correggere uno “sbaglio” della natura su supposte basi biologiche genetiche immodificabili, eliminando così il per22. Non ho molta consuetudine con il modello lacaniano; ma voglio riconoscere che in questa area psicoanalitica c’è un ricco e coerente filone di pensiero a proposito del transessualismo, con il quale trovo molti punti di accordo.

turbante “disordine” psicologico – piuttosto che confrontarsi davvero con l’omosessualità, che ci riguarda tutti, con le relative complessità della vita, che non si sciolgono certo con un colpo di bisturi. Il tutto inoltre avviene in una generale confusione anaffettiva, nel segno malefico dell’ideologia pseudo-liberale, scorciatoia per non pensare, rinuncia alla fatica della coerenza e del buon senso, che in cambio consente il piacere di sentirsi evoluti e progressisti a spese altrui.

9. La zona grigia

Nelle nostre cosiddette civiltà del benessere si va dilatando a dismisura la fascia grigia delle situazioni ambigue, al limite sfuggente tra normalità e patologia, che solo occasionalmente approdano nei nostri studi psicoanalitici (Argentieri 2001). Penso ad esempio al consumo spropositato – sistematico od occasionale – di pornografia, soprattutto video, con varie sfumature perverse, dal sadomasochismo alla pedofilia; alla frequentazione dei famigerati siti – magari in ufficio, “per caso”, per curiosità, per noia –; all’alibi del consumo di qualcosa che “ti trovi” davanti, senza averlo esplicitamente voluto, facilitato dalla deresponsabilizzazione anaffettiva che consente la qualità anonima e remota del materiale. La paura del confronto sessuale diretto, l’apatia emotiva fanno preferire il comfort casalingo di queste forme meno coinvolgenti dell’eros; tanto più che la visione non è neppure accompagnata regolarmente da masturbazione; talvolta si evita perfino la fatica corporea, limitandosi a una blanda eccitazione di testa. Oppure penso all’orrore del “turismo sessuale”, o alla frequentazione di prostitute e prostituti stradali minorenni da parte di tanti bravi ragazzi e padri di famiglia, che disinvoltamente si dimenticano il nesso di causaeffetto tra la domanda e l’offerta, mantenendo a livelli sempre più periferici della coscienza i ben noti dati di violenza e moderna schiavitù che – con la loro complicità – si perpetuano ai danni delle vittime. Tutto ciò accade nel clima di “tollerantismo”, di violenza distratta e anaffettiva della nostra epoca, nella cornice della pseudo-normalità della statistica, delle cose che fanno tutti, o almeno in tanti. Proseguendo nell’elenco dei cambiamenti, è sempre più arduo oggi ritrovare la classica distinzione tra transessuale e travestito. Tali criteri diagnostici hanno certo perduto di senso nel popolo dei “viados”, che mescolano povertà, commercio, confusione di genere; e ancor meno, ritengo, servirebbero a spiegare le configurazioni psichiche dei loro ancor più nu-

merosi clienti, sotto molti aspetti persone assolutamente “qualunque”. Anche nel corpo dei soggetti “in transito” vediamo che vengono praticate soluzioni miste, a patch work: depilazioni e baffi, seni artificiali e genitali maschili, ormoni a intermittenza… In nessuno di costoro credo si potrebbe riscontrare la tipica “struttura” di scissione che abbiamo individuato nelle classiche perversioni; tutt’al più, sono operanti le micro-scissioni o le regressioni all’ambiguità, ormai endemiche nella nostra psicopatologia della vita quotidiana. D’altronde, le due celebrate differenze del crocevia edipico – quella tra bambino e adulto, e quella tra maschio e femmina – nella nostra attuale cultura hanno assai meno valore; nella generale tendenza difensiva verso l’indifferenziazione, sembrano meno significative per la costruzione dell’identità. Tutto ciò facilita l’orientamento verso l’organizzazione travestita o transessuale dei pazienti che devono negoziare tra angosce e difese. In un panorama tanto confuso, dove vengono meno i parametri metapsicologici che fino a ieri guidavano il nostro orientamento, potremo rinunciare a valutare come pervertiti coloro che si eccitano con il video di un bambino sodomizzato, perché non hanno la struttura psichica classica? La autorità del numero, della frequenza statistica e dell’indifferenza di massa può valere a far diventare normali tutte le “variazioni”? Sono consapevole che l’allargamento di quella che ho chiamato la zona grigia dell’ambiguità, esula dall’ambito di competenza clinica della psicoanalisi. Nello scenario si declinano i non nobili tratti psicologici comuni delle società del benessere: le piccole infelicità croniche, il risentimento, l’autarchia psicologica, l’avarizia affettiva di sé che si annida dentro la perenne lamentazione per la solitudine, l’aggrapparsi alla corporeità e alle senzazioni per cercare le proprie emozioni; e soprattutto il grande equivoco della nostra epoca: che il sesso, inteso come concreta attività sessuale e non come mezzo per incontrarsi con l’altro, possa essere il perno integratore dell’identità e lo strumento della felicità terrena.

10. Il ruolo della psicoanalisi

La specificità della psicoanalisi rispetto alla sessualità è di rifiutarsi di considerarla una “funzione” a sé; ma di ritenerla parte integrante della persona, nella dimensione relazionale. Quindi non ci interessiamo tanto alle variopinte forme dell’Eros, ma alla capacità di vivere e di integrare nella dimensione interpersonale e intrapsichica emozioni e passioni, sesso e affetti. La bussola, come diceva Balint, non è tanto il genere sessuale del

partner, quanto il grado di rapporto oggettuale, di riconoscimento dell’altro nella sua interezza. La spia della patologia, per contro, può essere proprio l’ossessione, la coazione di voler trovare soluzioni concrete e anatomiche ai conflitti inconsci e alla complessità dell’umano. Da tutte queste premesse risulta chiaro perché, così come stanno le cose nel nostro paese, sia molto difficile che la psicoanalisi possa essere utilizzata da tali pazienti. Troppo forte è la seduzione di chi offre rimedi che corrispondono specularmene ai loro desideri onnipotenti; mentre noi possiamo solo portare in luce le angosce e condividere il dolore di capire che la soluzione auspicata non esiste; che il “nemico” non è la società repressiva, ma il principio di realtà, al quale noi come loro siamo sottoposti. Non sono portatrice di una pretesa normativa o egemonica della psicoanalisi, che la nostra disciplina non può e non deve avere. Non provo neppure alcun bisogno personale di stigmatizzare le soluzioni di vita, i negoziati tra pulsioni, angosce, difese che ciascuno fa a suo modo, a seconda delle circostanze che gli offre la vita. Come dice Tolstoj, chi è felice ha sempre ragione. Il guaio è che i casi dei quali parlo sono tutt’altro che felici. Un’obiezione possibile e ragionevole alle mie considerazioni è che probabilmente una psicoanalista incontra nella sua pratica clinica solo casi a cattivo esito e ignora quindi tutti coloro che invece dal “cambiamento” di sesso hanno tratto, se non la felicità, almeno la quiete interiore. È vero che da me arrivano solo quelli infelici o incerti; ma la mia risposta è che comunque bastano e avanzano a giustificare l’allarme e il mio appello alla cautela e anche la mia denuncia a questa attuale vena di follia perpetrata in ambito clinico con la laica benedizione della sanità pubblica. Aggiungo che non vivo chiusa in studio, che ho incontrato e mi sono scontrata invano in occasioni pubbliche con coloro che non vogliono rinunciare all’illusione, che fallimento dopo fallimento rilanciano la speranza patologica di trovare un nuovo magico chirurgo che finalmente realizzerà il prodigio. Ho incontrato anche coloro che, usando a oltranza la difesa maniacale, esibiscono il “successo” del loro percorso e sono perpetuamente alla ricerca di complici ideologici e di pubblico compiacente che confermi il loro trionfo. Le difese maniacali, basate sul diniego e la scissione, che mettono l’enfasi sui livelli psico-sensoriali, imitativi, di contatto, servono a negare la realtà e i suoi limiti, a fuggire dalle angosce depressive e fanno da volano all’onnipotenza. È d’altronde previsto che una carica violenta di aggressività verbale (ne ho fatto le spese) si diriga contro chi non si schiera; un conflitto che non evito, anche in questa occasione, perché il bisogno dei transessuali di essere riconosciuti nella loro identità, di essere “visti” così come essi stessi si sentono è un’opportunità di dialogo che non bisogna sprecare.

11. Analizzabilità e curabilità

Tenuto conto di tutte queste riflessioni ed acquisizioni, la questione finale – che è anche la più rilevante dal punto di vista clinico – diviene allora: concordiamo ancora oggi con la severa affermazione degli psicoanalisti “classici” circa l’intrattabilità di pazienti come questi? Ammesso che vengano, sono analizzabili? Sono curabili? Per il poco che può valere l’esperienza numericamente modesta di una singola analista, posso dire di avere preso in analisi e in psicoterapia sia pazienti con la classica struttura di diniego e scissione; sia pazienti con più o meno gravi tratti perversi sintomatici, andando incontro in entrambi i casi ai più diversi destini. Per fare un esempio, nel caso della terapia di un paziente perverso “classico”, ho avuto l’amarezza di vedere crescere e nutrirsi dell’analisi di pari passo tanto la parte sana quanto la parte psicotica. Proprio perché la sua personalità si è formata sulla base della tipica struttura, è relativamente stabile; difficile da modificare perché il diniego e la scissione, come è noto, lo salvano dalla psicosi totale. Certo è un paziente più che analizzabile; non so dire se è curabile, né se – in caso negativo – ciò dipenda dalla sua patologia o dalla mia relativa imperizia. Il trattamento tuttavia è ancora in corso e baso la mia speranza sul bisogno che, come dice Zucconi (2004), il paziente ha di un “pubblico” che assista al suo trionfo. Nei tantissimi casi con tratti e sintomi occasionali, le difficoltà e le incertezze circa l’esito della cura mi sembrano esattamente le stesse che incontro con gli altri pazienti di area narcisistica e borderline, che un tempo si consideravano non analizzabili (e che oggi sono pressoché il pane quotidiano di tutti noi). Non meno difficile è valutare se il dileguarsi del sintomo sia il segno benefico del processo analitico; oppure se – proprio come in tante altre circostanze morbose – sia solo un’oscillazione, insignificante dal punto di vista evolutivo. D’altra parte, i criteri di indicazione all’analisi e quelli di guarigione sono tra i più scivolosi e controversi. Non resta che continuare a provarci. In questa linea di pensiero, la diagnosi di perversione – “vera” o sintomatica – diviene meno significativa rispetto alla necessità di analizzare come e quanto il paziente abbia sostituito alla mutua libertà del rapporto sessuale – nell’interezza di emozioni, sensi affetti, passioni – una modalità di coercizione di sé mentale, prima che fisica – fino a gradi estremi di umiliazione e violenza. Il denominatore comune (generico, certo, ma comunque il più importante) delle varie patologie è l’autoreferenzialità e il non riconoscimento dell’alterità. D’altronde, anche nelle forme più banali e

marginali della sessualità “trasgressiva”, ad esempio nella frequentazione occasionale di travestiti stradali, non si tratta certo di “concedersi una libertà”, ma dell’agire (per di più, in variabile misura, a spese della libertà altrui) forme “parziali” e costrittive dell’erotismo, che eludono la pienezza dell’incontro con sé e con l’altro. Il mio sforzo, infatti, non è quello di far loro cambiare idea, e tanto meno quello di “redimerli” o “guarirli”; ma è solo quello di riportare sul terreno del simbolico il loro dramma, incatenato invece nella concretezza del corpo. Diffido di chi pretende di fare una corazza difensiva del suo comportamento sessuale, come se ostentare una coppia etero fosse una garanzia di sanità e normalità. Ma diffido anche di chi vuole fare una bandiera della sua personale soluzione atipica. So bene che molte volte sui bisogni di piacere dell’Es possono prevalere i bisogni di sicurezza dell’Io23 e che per garantirsi quiete e stabilità molti preferiscono sacrificare la libido. Ciascuno fa quello che può. Come ci ha insegnato la lunga esperienza di Di Ceglie, il compito di uno psicoanalista, se richiesto – sia che faccia analisi, sia che offra solo una consultazione – non può che essere quello di accompagnare ciascuno a tollerare il dubbio, l’ambiguità, l’incertezza; a darsi il tempo di comprendere la propria angoscia anziché cercare la fuga verso l’agire. Possiamo, se ce lo consentono, accompagnare coloro che patiscono incertezze circa il loro genere sessuale a tollerare il dubbio, a sopportare i limiti che la realtà oppone alla pretesa narcisistica di essere “tutto”; a trovare l’aggiustamento individuale tra angosce e difese che è meno distruttivo e a loro più congeniale; a migliorare il rapporto con il loro corpo e con gli altri. Oppure possiamo, è previsto e più che legittimo, farci da parte, in quanto psicoanalisti e psicoterapeuti, rispetto al loro destino e rinunciare alla pretesa di sapere per loro e meglio di loro cosa debbano fare, come debbano apparire, chi debbano amare. Ciò che invece non dovremmo mai fare è avallare l’equivoco che esista uno “sbaglio” biologico della natura alla radice del loro destino, che la soluzione vada perseguita nel corpo, violentandolo con bisturi e ormoni. Come osserva l’antropologa Carla Pasquinelli, dobbiamo diffidare di ogni operazione di legittimazione dell’arbitrio culturale che si riveste dei panni della naturalità. 23. Intendo i bisogni di sicurezza dell’Io nel senso di J. Sandler, 1981

Riassunto e Summary

Nel giro di pochi decenni è clamorosamente mutata la convulsa arena sociale e culturale nella quale i cosiddetti “transessualismi” vivono, si definiscono e vengono definiti, tra psicologia e diritto. È cambiato persino il linguaggio tecnico. Se nei trattati del passato erano tenute ben distinte le diagnosi di transessualismo e travestitismo, oggi invece si parla di “disforie di genere”; oppure si usa il termine comprensivo di transgender, che sposta l’accento dalla pulsione sessuale all’identità di genere. Nella clinica vediamo aumentare il fenomeno del cosiddetto cross dressing infantile; sono in netto aumento, o meglio non si negano più, le perversioni femminili, sia pure con nuove connotazioni. Penso che la psicoanalisi debba faticosamente riguadagnare un suo spazio teorico e un suo specifico operare clinico che si sottragga sia al confuso scandalo mediatico, sia alla seduzione collusiva, falsamente liberale, della “riattribuzione” medico-chirurgica del genere sessuale – consentita ormai in molti paesi nelle pubbliche istituzioni – che di fatto riconsegna il problema al livello biologico. Non possiamo accontentarci, come ci accade purtroppo di frequente, di intervenire sui danni già avvenuti. Dovremmo capire se le attuali organizzazioni psicologiche di transessuali e travestiti corrispondano alle ipotesi strutturali formulate a suo tempo da Freud; e come di volta in volta la compromissione dei livelli precoci, pre-edipici relativa alla costruzione dell’identità di genere si intrecci con quella dei livelli sessuali edipici e pulsionali. Penso anche che sia importante cercare di capire analiticamente le dinamiche relazionali di coloro che si accompagnano, amano o occasionalmente sfruttano sessualmente travestiti e transessuali, nella “zona grigia” al confine con la cosiddetta normalità. D’altronde, la specificità della psicoanalisi rispetto alla sessualità è di rifiutarsi di considerarla una “funzione” a sé, ma di ritenerla parte integrante della persona. Secondo la nostra disciplina, ciò che testimonia la maturità non sono gli aspetti descrittivi, fenomenici della sessualità, ma il grado di rapporto oggettuale che ciascuno riesce a stabilire con l’altro nella sua interezza. Summary Transvestism, Transsexualism, Transgender: Identification and Imitation During the course of a few decades, there has been a dramatic change, both psychologically and in civil rights, in the convulsive social and cultural arena in which the so-called “transsexualisms” live, define themselves and are defined. Even the technical language has changed. In the past, diagnoses of transsexualism and transvestism were quite distinct from each other; whereas, today, we speak of “gender dysphoria” or we use the comprehensive term of “transgender” that moves the accent from sexual drive to gender identity. In our clinical work the phenomenon of so-called infantile “cross-dressing” has increased, and there are many more cases of feminine perversions – or, at least, their existence is no longer denied although they may go under different names. I think that psychoanalysis must work to laboriously retrieve its theoretical space and its specific method of clinical operation so as to remove it from the confused scandals of the media, and from the collusive, falsely liberal seduction of medical-surgical “re-assignment” of sexual gender (by now permitted in the public institutions of many countries) that, in fact, puts the problem back on the biological level. We cannot limit ourselves, as frequently happens, to intervening when the damage has already been done. We have to understand whether the actual psychological organizations of transsexuals and transvestites correspond to the structural hypotheses formulated by Freud in his time; and how, from time to time, the compromise of the very early, pre-

oedipal levels relative to the construction of gender identity interweaves with that of the sexual oedipal and drive levels. It is also important to understand analytically the relational dynamics of those who accompany, love or sometimes sexually exploit transvestites and transsexuals, in the “grey zone” on the boundaries of so-called normality. Furthermore, the specificity of psychoanalysis regarding sexuality is to consider it not as a “function” in itself, but as an integrating part of the person. According to our discipline, it is not the descriptive, phenomenological aspects of sexuality that determine maturity, but the entire and complete object relationship that each individual manages to establish with the other.

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