Linguaggio di realizzazione e linguaggio di sostituzione in W. R. Bion

Linguaggio di realizzazione e linguaggio di sostituzione in W. R. Bion

Note teoriche, esempi clinici e implicazioni per la simbolizzazione


Abstract

Il presente contributo esamina la distinzione, nell’opera di Wilfred R. Bion, tra un linguaggio capace di partecipare alla realizzazione dell’esperienza emotiva e un linguaggio che, al contrario, tende a sostituirla mediante formule, categorie o rappresentazioni già disponibili. Il Language of Achievement, sviluppato soprattutto in Attention and Interpretation (1970), viene qui considerato come una modalità di parola che non si limita a descrivere un’esperienza, ma contribuisce a renderla psichicamente presente, pensabile e trasformabile. Il cosiddetto linguaggio di sostituzione viene invece discusso come possibile modalità di saturazione del significato: la parola può divenire etichetta, spiegazione difensiva o sapere già costituito che protegge dal contatto con l’esperienza emotiva in atto. Attraverso vignette cliniche costruite a scopo didattico, il testo mette in relazione questa distinzione con la funzione alfa, la capacità di simbolizzazione e la differenza segaliana tra equazione simbolica e rappresentazione simbolica.

Parole chiave: Bion; Language of Achievement; linguaggio di sostituzione; funzione alfa; simbolizzazione; Segal; equazione simbolica; verità emotiva.


1. Premessa teorica

Nella prospettiva bioniana il linguaggio non costituisce soltanto uno strumento di comunicazione o di rappresentazione di contenuti già formati. Esso può essere parte del processo attraverso il quale un’esperienza emotiva acquista forma psichica e diviene suscettibile di pensiero. Questa impostazione è particolarmente evidente in Attention and Interpretation, dove Bion dedica un capitolo al problema del rapporto tra parola e achievement, distinguendo una formulazione che prepara o realizza un evento psichico da una formulazione che ne prende il posto (Bion, 1970).

La distinzione va intesa in senso funzionale. Non esistono parole che siano, in sé, ‘di realizzazione’ oppure ‘di sostituzione’. La medesima frase può assumere funzioni opposte a seconda del momento della seduta, della relazione analitica, del livello di simbolizzazione disponibile e dell’uso difensivo o trasformativo che ne viene fatto. Un’espressione tecnicamente esatta può quindi essere psichicamente sterile, mentre una formulazione semplice e provvisoria può aprire un campo di esperienza prima non pensabile.


2. Il Language of Achievement

Con l’espressione Language of Achievement Bion indica un uso del linguaggio orientato non tanto alla spiegazione definitiva quanto al contatto con la verità emotiva dell’esperienza. Tale linguaggio è inseparabile dalla capacità dell’analista di tollerare l’incertezza, sospendere il ricorso prematuro a memoria, desiderio e comprensione precostituita, e attendere che una configurazione significativa emerga nel campo della seduta. In questa prospettiva l’interpretazione efficace non è semplicemente una proposizione vera sul paziente: è una formulazione capace di modificare il modo in cui l’esperienza può essere vissuta, riconosciuta e pensata.

Il riferimento bioniano alla ‘realizzazione’ non coincide dunque con la semplice comprensione intellettuale. Achievement rinvia piuttosto all’atto di raggiungere, far emergere o rendere effettivo qualcosa. La parola analitica può divenire, in tal senso, parte dell’evento psichico stesso: non descrive soltanto ciò che è già presente, ma concorre alla sua costituzione come esperienza mentalmente rappresentabile. Grotstein (2007), nel commentare questa dimensione del pensiero di Bion, sottolinea il carattere emergente e trasformativo del Language of Achievement, collegandolo alla capacità dell’analista di ricevere e formulare verità emotive non ancora pienamente conosciute.


3. Il linguaggio di sostituzione

Sul versante opposto si colloca un uso della parola che sostituisce l’esperienza anziché facilitarne l’elaborazione. La sostituzione non coincide con la falsità logica: una formulazione può essere corretta, colta e perfino psicoanaliticamente sofisticata, ma funzionare come difesa dal contatto con ciò che sta accadendo. Il concetto diviene allora una soluzione anticipata; nomina prima che l’esperienza possa essere tollerata, differenziata e trasformata.

In termini clinici, il linguaggio di sostituzione tende alla saturazione. Riduce l’incertezza, chiude prematuramente il campo semantico e può trasformare il sapere in un equivalente dell’esperienza. Dire ‘è il mio Super-Io’, ‘è identificazione proiettiva’, ‘sono depresso’, oppure ‘questa è dipendenza affettiva’ può essere utile; ma può anche costituire una modalità per non sentire, non associare e non pensare ulteriormente. Il criterio discriminante non è quindi il contenuto della frase, bensì il suo effetto sul processo: apre oppure chiude? rende possibile un’ulteriore trasformazione oppure la impedisce?


4. Vignette cliniche

Le vignette che seguono sono costruzioni teorico-cliniche esemplificative e non derivano da resoconti identificabili di pazienti reali. Il loro scopo è mostrare la differenza funzionale tra una parola che sostituisce l’esperienza e una parola che favorisce la sua realizzazione psichica.

4.1 Intellettualizzazione del conflitto

  • Linguaggio di sostituzione. Paziente: «Ho capito: ho un Super-Io persecutorio perché mio padre era autoritario».
    La formulazione può essere corretta sul piano teorico, ma presentarsi come sapere già concluso. Il concetto di Super-Io rischia di sostituire l’esperienza attuale del giudizio e della paura.
  • Possibile linguaggio di realizzazione. Analista: «Mentre me lo spiega così bene, mi chiedo se tema che anch’io possa giudicarla».
    L’interpretazione riporta il discorso dal sapere sul passato all’esperienza presente nella relazione. La teoria cessa di essere una spiegazione esterna e diviene un possibile accesso al transfert.

4.2 Lutto e conoscenza senza esperienza

  • Linguaggio di sostituzione. Paziente: «So che mia madre è morta. Bisogna accettare la perdita».
    La conoscenza fattuale della morte può convivere con l’impossibilità psichica di viverne la perdita. La formula dell’“accettazione” può avere una funzione normalizzante e difensiva.
  • Possibile linguaggio di realizzazione. Analista: «Una parte di lei sa che sua madre è morta; un’altra sembra continuare ad aspettarla».
    La formulazione introduce una differenza interna e consente di pensare la coesistenza di livelli psichici incompatibili senza forzarli in una falsa coerenza.

4.3 Rabbia negata

  • Linguaggio di sostituzione. Paziente: «Non sono arrabbiato. Non me ne importa niente».
    Il “non importa” può costituire una parola-sostituto che annulla l’affetto prima che possa essere riconosciuto.
  • Possibile linguaggio di realizzazione. Analista: «Forse il “non me ne importa niente” serve a tenere lontano qualcosa che, se sentito qui, potrebbe essere molto più violento».
    La parola non assegna un’etichetta definitiva all’affetto, ma crea uno spazio per avvicinarvisi senza imporne prematuramente il significato.

4.4 Uso difensivo del sapere psicoanalitico

  • Linguaggio di sostituzione. Paziente: «È la mia identificazione proiettiva. So già che faccio così».
    Il paziente dispone di un lessico psicoanalitico raffinato, ma il sapere può funzionare come schermo. La categoria teorica prende il posto dell’esperienza vissuta.
  • Possibile linguaggio di realizzazione. Analista: «Forse chiamarla “identificazione proiettiva” ci permette di sapere che cos’è senza dover ancora sentire che cosa sta accadendo tra noi».
    L’interpretazione non contesta il concetto, ma ne interroga la funzione. Il sapere viene riaperto all’esperienza.

4.5 Silenzio e pre-rappresentazione

  • Linguaggio di sostituzione. Paziente: «Non ho niente da dire», mentre stringe con forza un fazzoletto.
    Il linguaggio verbale dichiara un vuoto, mentre il corpo può veicolare una tensione non ancora mentalizzata. Interpretare immediatamente il gesto con un significato codificato rischierebbe di sostituire il processo nascente.
  • Possibile linguaggio di realizzazione. Analista: «Forse le sue mani stanno dicendo qualcosa che le parole non riescono ancora a dire».
    La formulazione resta intenzionalmente insatura: riconosce un’esperienza in cerca di rappresentazione senza determinarne in anticipo il contenuto.

4.6 Generalizzazione nel transfert

  • Linguaggio di sostituzione. Paziente: «Voi analisti interpretate sempre tutto».
    La generalizzazione può spostare l’attenzione dalla relazione concreta a una categoria impersonale: “gli analisti”.
  • Possibile linguaggio di realizzazione. Analista: «Forse in questo momento sente che io trasformo troppo rapidamente in parole qualcosa che lei avrebbe bisogno prima di farmi sentire».
    Il discorso viene ricondotto al qui-e-ora e alla specificità del rapporto, favorendo il passaggio dalla generalizzazione all’esperienza relazionale.

4.7 Simbolo onirico e saturazione del significato

  • Linguaggio di sostituzione. Paziente: «Ho sognato un serpente. So che significa il pene».
    L’equivalenza tratta il simbolo come se possedesse un significato univoco e già stabilito. Il sogno viene chiuso da un codice interpretativo.
  • Possibile linguaggio di realizzazione. Analista: «Prima di decidere che cosa significhi il serpente, proviamo a vedere che cosa le accade mentre lo racconta».
    Il simbolo viene restituito alla polisemia e al processo associativo. Il significato non è negato, ma desaturato.

4.8 Etichetta diagnostica e differenziazione affettiva

  • Linguaggio di sostituzione. Paziente: «Sono depresso».
    La parola può indicare correttamente una condizione, ma può anche condensare e rendere indistinti vissuti diversi: perdita, vergogna, impotenza, rabbia, solitudine.
  • Possibile linguaggio di realizzazione. Analista: «Quando dice “depresso” sembra usare una parola molto grande. Possiamo provare a vedere che cosa contiene oggi?».
    La categoria viene trasformata da etichetta conclusiva a contenitore provvisorio, dal quale possono emergere elementi emotivi differenziati.

5. Sintesi comparativa

Situazione clinica Linguaggio di sostituzione Linguaggio di realizzazione e trasformazione
Intellettualizzazione del conflitto Paziente: «Ho capito: ho un Super-Io persecutorio perché mio padre era autoritario». La formulazione può essere corretta sul piano teorico, ma presentarsi come sapere già concluso. Il concetto di Super-Io rischia di sostituire l’esperienza attuale del giudizio e della paura. Analista: «Mentre me lo spiega così bene, mi chiedo se tema che anch’io possa giudicarla». L’interpretazione riporta il discorso dal sapere sul passato all’esperienza presente nella relazione. La teoria cessa di essere una spiegazione esterna e diviene un possibile accesso al transfert.
Lutto e conoscenza senza esperienza Paziente: «So che mia madre è morta. Bisogna accettare la perdita». La conoscenza fattuale della morte può convivere con l’impossibilità psichica di viverne la perdita. La formula dell’“accettazione” può avere una funzione normalizzante e difensiva. Analista: «Una parte di lei sa che sua madre è morta; un’altra sembra continuare ad aspettarla». La formulazione introduce una differenza interna e consente di pensare la coesistenza di livelli psichici incompatibili senza forzarli in una falsa coerenza.
Rabbia negata Paziente: «Non sono arrabbiato. Non me ne importa niente». Il “non importa” può costituire una parola-sostituto che annulla l’affetto prima che possa essere riconosciuto. Analista: «Forse il “non me ne importa niente” serve a tenere lontano qualcosa che, se sentito qui, potrebbe essere molto più violento». La parola non assegna un’etichetta definitiva all’affetto, ma crea uno spazio per avvicinarvisi senza imporne prematuramente il significato.
Uso difensivo del sapere psicoanalitico Paziente: «È la mia identificazione proiettiva. So già che faccio così». Il paziente dispone di un lessico psicoanalitico raffinato, ma il sapere può funzionare come schermo. La categoria teorica prende il posto dell’esperienza vissuta. Analista: «Forse chiamarla “identificazione proiettiva” ci permette di sapere che cos’è senza dover ancora sentire che cosa sta accadendo tra noi». L’interpretazione non contesta il concetto, ma ne interroga la funzione. Il sapere viene riaperto all’esperienza.
Silenzio e pre-rappresentazione Paziente: «Non ho niente da dire», mentre stringe con forza un fazzoletto. Il linguaggio verbale dichiara un vuoto, mentre il corpo può veicolare una tensione non ancora mentalizzata. Interpretare immediatamente il gesto con un significato codificato rischierebbe di sostituire il processo nascente. Analista: «Forse le sue mani stanno dicendo qualcosa che le parole non riescono ancora a dire». La formulazione resta intenzionalmente insatura: riconosce un’esperienza in cerca di rappresentazione senza determinarne in anticipo il contenuto.
Generalizzazione nel transfert Paziente: «Voi analisti interpretate sempre tutto». La generalizzazione può spostare l’attenzione dalla relazione concreta a una categoria impersonale: “gli analisti”. Analista: «Forse in questo momento sente che io trasformo troppo rapidamente in parole qualcosa che lei avrebbe bisogno prima di farmi sentire». Il discorso viene ricondotto al qui-e-ora e alla specificità del rapporto, favorendo il passaggio dalla generalizzazione all’esperienza relazionale.
Simbolo onirico e saturazione del significato Paziente: «Ho sognato un serpente. So che significa il pene». L’equivalenza tratta il simbolo come se possedesse un significato univoco e già stabilito. Il sogno viene chiuso da un codice interpretativo. Analista: «Prima di decidere che cosa significhi il serpente, proviamo a vedere che cosa le accade mentre lo racconta». Il simbolo viene restituito alla polisemia e al processo associativo. Il significato non è negato, ma desaturato.
Etichetta diagnostica e differenziazione affettiva Paziente: «Sono depresso». La parola può indicare correttamente una condizione, ma può anche condensare e rendere indistinti vissuti diversi: perdita, vergogna, impotenza, rabbia, solitudine. Analista: «Quando dice “depresso” sembra usare una parola molto grande. Possiamo provare a vedere che cosa contiene oggi?». La categoria viene trasformata da etichetta conclusiva a contenitore provvisorio, dal quale possono emergere elementi emotivi differenziati.

6. Simbolizzazione: da Bion a Segal

La distinzione tra realizzazione e sostituzione può essere collegata, con cautela, alla teoria della simbolizzazione di Hanna Segal. In Notes on Symbol Formation, Segal (1957) distingue l’equazione simbolica, nella quale simbolo e oggetto simbolizzato tendono a essere vissuti come identici, dalla rappresentazione simbolica, che presuppone invece la possibilità di mantenere simultaneamente connessione e differenza. Il simbolo maturo rappresenta l’oggetto senza coincidere con esso; proprio questa distanza rende possibile il pensiero, la creatività e l’elaborazione della perdita.

Non sarebbe filologicamente corretto identificare direttamente il linguaggio di sostituzione di Bion con l’equazione simbolica di Segal. È tuttavia possibile proporre una relazione funzionale: quando la parola diviene una formula concreta, un’etichetta o un’equivalenza rigida, tende a ridurre la distanza simbolica e a saturare il significato; quando, al contrario, mantiene una quota di apertura, consente che il simbolo continui a generare associazioni e trasformazioni. In questo senso, il Language of Achievement può essere pensato come un uso della parola compatibile con una simbolizzazione viva e non saturata. Questa è un’elaborazione teorica comparativa, non una sovrapposizione concettuale formulata da Bion o da Segal.


7. Funzione alfa e trasformazione dell’esperienza

La distinzione può essere ulteriormente chiarita attraverso il modello della funzione alfa. In Bion, l’esperienza emotiva grezza deve poter essere trasformata in elementi suscettibili di essere sognati, ricordati e pensati. Quando tale trasformazione è possibile, la parola può inserirsi in una catena simbolica: non sostituisce l’affetto, ma ne costituisce una forma trasformata. Quando invece la trasformazione fallisce o viene difensivamente evitata, il segno verbale può assumere una funzione evacuativa o concretizzante. La parola è presente, ma non necessariamente svolge una funzione simbolica.

Esperienza emotiva → trasformazione → simbolizzazione → parola aperta al significato → ulteriore trasformazione.

Esperienza emotiva → etichetta o formula precostituita → saturazione del significato → chiusura del processo associativo.

Queste sequenze non vanno intese come schemi causali rigidi, ma come modelli euristici. Il medesimo paziente può oscillare rapidamente tra entrambe le modalità, e la stessa interpretazione dell’analista può funzionare, in momenti differenti, come apertura trasformativa oppure come saturazione intrusiva.


8. Implicazioni cliniche

Dal punto di vista tecnico, il problema non è quindi trovare la parola ‘giusta’ in senso lessicale, ma valutare quale funzione la parola svolga in quel preciso momento. Una buona interpretazione non si misura soltanto per la sua plausibilità teorica. Occorre interrogarsi sul suo effetto: aumenta la capacità del paziente di associare, differenziare e tollerare l’esperienza, oppure produce acquiescenza, chiusura o adesione passiva alla teoria dell’analista?

Ne deriva una concezione non dogmatica del linguaggio analitico. La formulazione deve poter essere abbandonata, modificata e trasformata alla luce di ciò che emerge. In questo senso, l’insaturazione non equivale a vaghezza, ma rappresenta la condizione affinché la parola resti disponibile al divenire dell’esperienza. L’interpretazione può così funzionare come contenitore provvisorio, capace di offrire forma senza congelare il significato.


9. Conclusione

La distinzione bioniana tra un linguaggio orientato all’achievement e un linguaggio che sostituisce l’esperienza offre un criterio particolarmente fecondo per pensare il rapporto tra parola e simbolizzazione. La povertà simbolica non coincide necessariamente con la scarsità delle parole: può manifestarsi anche come eccesso di definizioni, formule e spiegazioni che impediscono il contatto con l’esperienza emotiva. In questa prospettiva, il compito analitico consiste nel favorire una parola che non chiuda il significato, ma lo renda pensabile; una parola capace di trasformare l’assenza di rappresentazione in esperienza simbolizzabile e di mantenere aperto il movimento tra ciò che si sente, ciò che si pensa e ciò che ancora non può essere pienamente conosciuto.


Riferimenti bibliografici

  • Bion, W. R. (1970). Attention and Interpretation: A Scientific Approach to Insight in Psycho-Analysis and Groups. London: Tavistock Publications.
  • Grotstein, J. S. (2007). A Beam of Intense Darkness: Wilfred Bion’s Legacy to Psychoanalysis. London: Karnac Books.
  • Hinshelwood, R. D. (2018). Symbolic equation and symbolic representation: An appraisal of Hanna Segal’s work. British Journal of Psychotherapy, 34(3), 342-357. https://doi.org/10.1111/bjp.12376
  • Segal, H. (1957). Notes on symbol formation. International Journal of Psycho-Analysis, 38(6), 391-397.
Pubblicato in Letture.