
Prima della parola, c’era la musica: un viaggio alle origini della mente e del corpo umano
Perché amiamo così tanto la musica? Che si tratti dell’Adagio del Quintetto in do maggiore di Schubert, delle Suite per violoncello di Bach, di un capolavoro jazz come A Kind of Blue di Miles Davis, o dell’ultimo successo pop, la propensione umana a produrre e ascoltare musica è un fenomeno stupefacente. È una caratteristica universale, un filo invisibile che unisce ogni cultura del globo. Eppure, per decenni, è stata una delle tematiche più trascurate dalla scienza.
Nel suo saggio illuminante “Il canto degli antenati”, l’archeologo e studioso dell’evoluzione Steven Mithen si tuffa in questo affascinante mistero. Inizialmente partito con l’intenzione di scrivere un libro focalizzato esclusivamente sull’istinto musicale, Mithen si è presto reso conto di una verità fondamentale: è scientificamente impossibile spiegare l’evoluzione della musica senza considerare quella del linguaggio. Le due sfere sono profondamente e inestricabilmente interconnesse con lo sviluppo del corpo umano, della nostra neuroanatomia e della nostra mente.
Un mistero a lungo ignorato e il dogma accademico
Per comprendere la portata di questa trascuratezza, basti pensare a un curioso aneddoto storico: nel 1866, la Société de Linguistique de Paris incluse nei suoi statuti il divieto assoluto di discutere sulle origini del linguaggio, un dogma che ha paralizzato la ricerca per quasi un secolo. Quando finalmente il tabù è crollato, scienziati e antropologi si sono gettati a capofitto nello studio del linguaggio umano, ma hanno continuato a ignorare il suo “fratello gemello”: la musica.
Pensatori celebri come lo psicologo evoluzionista Steven Pinker hanno persino declassato la musica a un mero “fronzolo uditivo” (una auditory cheesecake), considerandola una tecnologia ricreativa inventata dall’uomo, una sorta di “incidente” biologico privo di una reale utilità adattiva. Fortunatamente, studiosi come Ian Cross e lo stesso Mithen hanno smontato questa teoria. La nostra capacità di elaborare ritmi, decifrare altezze e memorizzare melodie non è un semplice effetto collaterale del linguaggio, ma una propensione profondamente codificata nel nostro genoma grazie alla selezione naturale.
Il “protolinguaggio olistico”: la musica come veicolo per le emozioni
Mentre il linguaggio ha una funzione evidente – la trasmissione di informazioni specifiche – lo scopo evolutivo della musica è da ricercarsi nel misterioso territorio delle emozioni: esprimerle, suscitarle e creare coesione sociale. Ma come comunicavano i nostri antenati prima di sviluppare la complessa grammatica che usiamo oggi?
Qui Mithen esplora due teorie contrapposte sul cosiddetto “protolinguaggio”. La teoria composizionale (sostenuta da Derek Bickerton) suggerisce che i primi ominidi usassero singole parole sconnesse, prive di grammatica, generando frasi ambigue e caotiche. Ma Mithen sposa la più affascinante teoria olistica della linguista Alison Wray. Secondo questa visione, i nostri antenati non comunicavano assemblando singole paroline, ma emettendo “messaggi” complessi, unici e inseparabili. Si trattava di espressioni multisillabiche e melodiche, profondamente cariche di significato emotivo. Solo in un secondo momento dell’evoluzione umana queste “frasi musicali” sarebbero state segmentate per formare le parole isolate che compongono il linguaggio moderno.
I Neanderthal: cervelli musicali prima che linguistici
Immaginate il mondo preistorico, popolato da Homo ergaster, Homo heidelbergensis e dai celebri uomini di Neanderthal. Nel suo precedente libro, The Prehistory of the Mind, Mithen aveva teorizzato la “fluidità cognitiva”, ma aveva tralasciato il ruolo del suono. Nel Canto degli antenati, l’autore corregge il tiro e dipinge un quadro vivido: cacciatori che intonano ritmi durante i loro faticosi compiti, madri che rassicurano i cuccioli con cantilene ancestrali, danze collettive durante i periodi di lutto o celebrazione. Mithen arriva a un’ipotesi sbalorditiva: il grande cervello dei Neanderthal non era strutturato per un linguaggio formale, ma veniva utilizzato per una comunicazione che noi oggi definiremmo molto più musicale che linguistica.
Non siamo solo umani parlanti, siamo umani cantanti
Esaminando le incredibili somiglianze tra la fonocodificazione umana, l’apprendimento vocale degli uccelli canori e i complessi canti in continua evoluzione delle balene (frutto di un’evoluzione convergente), appare chiaro che la musicalità ha un valore adattivo formidabile. Senza la musica, il mondo preistorico descritto dagli archeologi sarebbe “semplicemente troppo silenzioso per risultare credibile”.
Mithen ci invita a ribaltare la nostra intera prospettiva antropologica. Per capire davvero chi siamo, come abbiamo imparato a parlare, a pensare e a formare società complesse, dobbiamo prima metterci in ascolto del “canto” dei nostri antenati. La musica, in definitiva, non è affatto un passatempo o un banale accessorio della nostra specie; è il tessuto fondante di cui è fatta la nostra stessa umanità.
Mithen_Il canto degli antenati