Cos’è l’Intervisione e la Supervisione tra Pari: Strumenti per la Crescita Clinica

Cos’è l’Intervisione e la Supervisione tra Pari: Strumenti per la Crescita Clinica

Luca Urbano Blasetti Psicoterapeuta Supervisore 3291005824

intervisione s. f. [comp. di inter(nazionale) e (tele)visione]. – Espressione con cui sono stati denominati i programmi irradiati in comune dalle reti televisive delle nazioni dell’Europa orientale.


L’INTERVISIONE: Il MANIFESTO

Che cosa è l’intervisione L’intervisione è una relazione interpersonale alla pari tra due o più colleghi psicologi, psicoterapeuti e/o psichiatri che permette l’elaborazione e l’integrazione di punti di vista differenti intorno alla narrazione di casi clinici. L’obiettivo generale è quello di favorire la crescita professionale di ciascuno e, nello specifico, di facilitare il professionista nella relazione d’aiuto con il paziente. Nel nostro modello la metodologia è l’interazione in gruppo, regolata da principi comunicativi condivisi indipendentemente dal modello formativo di ciascuno.

Vedere è sapere: lo sguardo Nell’ottica dell’integrazione consideriamo necessario dare valore ad un aspetto fondamentale della relazione d’aiuto: lo sguardo. Nella nostra esperienza di intervisione lo sguardo è un concetto metaforico centrale in quanto, in ragione della sua radice etimologica – in greco οἶδα ha il doppio significato di vedere e sapere – diventa sinonimo di testimonianza ovvero di conoscenza. Lo sguardo di ciascun partecipante è funzione della sua storia, dei suoi valori, delle sue dinamiche emotive, del suo percorso formativo e professionale, della quantità e qualità della sua esperienza. La composizione intersoggettiva degli sguardi, ciascuno con le sue peculiarità, è l’elemento che fonda il valore oggettivo e scientifico dell’esperienza di intervisione. Qui utilizziamo il concetto di oggettivo nei termini husserliani di oggettività dell’intersoggettività, ovvero come fondato sull’accordo intersoggettivo tra esperti di un ambito dell’esperienza.

Condividere per integrare La condivisione dei differenti sguardi tra i membri del gruppo favorisce l’emancipazione creativa dalla visione teorica di riferimento e, di conseguenza, stimola il percorso di auto-formazione, orientando ciascuno nella scoperta del proprio stile professionale. Questi processi sono facilitati dal mutuo aiuto che è reso possibile dall’incontro in uno spazio/tempo permeato da reciprocità e fiducia. La provenienza variegata e multiforme nei processi formativi e nella pratica professionale fornisce una garanzia ulteriore di intersoggettività rispetto alla composizione dei punti di vista operata in un incontro di intervisione. La compresenza di diverse formazioni non implica, sempre e necessariamente, linguaggi differenti: è possibile parlare lo stesso linguaggio come è anche possibile impararne altri, se si è disponibili a stare in una relazione di cura e dentro ad un dialogo alla pari e con l’altro. L’eterogeneità dei partecipanti per età anagrafica, anzianità professionale e tipo di specializzazione rafforza l’abilità di muoversi tra diverse prospettive e di adattarsi all’imprevedibilità e all’incertezza di qualsiasi relazione umana, dentro e fuori dalla stanza della terapia.

Rinunciare alla verità per incontrarsi Oltre a ciò, nel processo dell’intervisione una dimensione determinante è costituita dalla posizione di osservatore esterno di ciascun partecipante rispetto alla narrazione clinica offerta dall’intervisionato che, invece, è coinvolto umanamente e professionalmente con il proprio cliente nella relazione terapeutica. Tale “estraneità” di ciascun altro rispetto alla storia presa in esame non inficia il valore intersoggettivo del processo: lo scopo di una intervisione, infatti, non è quello di scoprire la “verità” di una specifica storia umana – ammesso che ve ne sia una e che questa possa essere svelata – ma, piuttosto, di co-costruire – “ri-velandola” – una comprensione trans-teoretica in grado di orientare l’azione professionale nella relazione con il paziente. Tale comprensione, partendo da elementi prevalentemente percettivi – frammenti di anamnesi, tracce di dialoghi, sguardi sui comportamenti – suggerisce un percorso e delinea un orizzonte possibile nel procedere del cammino terapeutico del professionista e del suo cliente. Procedere nella conoscenza tramite un’esperienza che si compie con l’integrazione degli sguardi e delle testimonianze, favorisce l’attraversamento dell’empasse e delle fantasie che spesso incontriamo quando ci interroghiamo su cosa sia “giusto” fare (o non fare) in terapia. Nell’ottica de L’Intervisione, infatti, non esiste la terapia “giusta” ma, al più, differenti possibilità creative di incontro nella relazione d’aiuto.

Super o inter? Ha senso un’intervisione tra pari all’interno di un percorso professionale psicologico e/o psicoterapeutico? Secondo noi la risposta è affermativa, nella misura in cui lo scenario dell’intervisione consiste in una prospettiva “orizzontale”, paritaria e alternativa – ma non sostitutiva – all’inevitabile disparità propria della pratica di supervisione. La differenza è tutt’altro che sottile. La supervisione consiste, di solito, nel sottoporre il proprio caso e le proprie difficoltà allo sguardo altro di un maestro di riconosciuta esperienza e competenza. I modelli di psicoterapia accentuano diversamente l’asimmetria del rapporto, ma, di fatto, è innegabile che in qualsiasi modello la relazione di supervisione non può prescindere da una disparità di posizione. Lo sguardo del supervisore – che, per definizione, è capace di cogliere un campo visivo più ampio, su più livelli e con maggiore acuità visiva – orienta e guida il supervisionato, prevalentemente nella direzione di una migliore aderenza e adesione ad un modello teorico il più delle volte condiviso tra i due. Nell’intervisione, pur nella diversità di bagagli esperienziali e di pratica professionale, ognuno è “alla pari” degli altri e nessuno ha una prospettiva necessariamente più nitida degli altri, semplicemente perché ogni persona e dunque ogni modello è caratterizzato da una propria nitidezza ovvero da una specifica attenzione ai diversi piani o alle diverse dimensioni di una narrazione. La co-costruzione di una narrazione utile a sostenere o aiutare il collega in difficoltà avviene orizzontalmente: ognuno contribuisce con il suo sguardo. Questo non implica, banalmente, che “uno valga uno”: il peso specifico di ciascun contributo è dato dall’incontro tra formazione, esperienza e sensibilità dell’intervisionatore e ricettività, comunanza di feeling e apertura del collega intervisionato.

L’intervisione per un’altra visione Nel nostro modello, l’intervisione è necessariamente trans-teorica: riteniamo poco fertile la visione prevalente per cui ci si possa intervisionare solo all’interno di una comune cornice epistemologica di riferimento. Pertanto, pur ritenendo assolutamente indispensabile nel percorso professionale di uno psicologo la pratica della supervisione, allo stesso modo sosteniamo e accogliamo il bisogno sempre più emergente in quest’epoca di promuovere una pratica di comunità volta all’autosostegno e all’autoformazione. Siamo convinti che l’incontro di sguardi differenti e la costruzione di “altre” visioni sia un processo ricco e fertile tanto nella pratica di supervisione quanto in quella di intervisione, nelle loro specifiche e irriducibili differenze. Crediamo infine che la pratica di intervisione, per le sue peculiarità, possa nuovamente consentire di mettere in luce ciò che ci unisce rispetto a ciò che ci divide come comunità professionale, affinché le differenze non siano motivo di diffidenza ma, piuttosto, di curiosità e scoperta.

Betti De Stefano Silvestri – Fabio Meloni Roma, 9 novembre 2019


La relazione terapeutica con il cliente

Una guida pratica che esplora gli elementi chiave della relazione con il cliente, per portare consapevolezza, professionalità e competenza, nel contesto terapeutico somaticaedizioni 2010 Tratto da: “La relazione terapeutica con il cliente”, Maderu Pincione

Supervisione Questa è una risorsa che, io penso, venga sottovalutata e di conseguenza poco utilizzata dai terapisti complementari. La parola stessa non attrae molto, con le sue connotazioni di controllo, gestione e regolarizzazione. Ci sono termini alternativi che suggeriscono una relazione più amichevole: guida, supporto e consulenza. Ma supervisione è il termine correntemente in uso, così mi attengo a questo. In molte professioni la supervisione è obbligatoria. (Proponiamo anche INTERVISIONE) L’Associazione Britannica di Counselling e Psicoterapia richiede ai propri membri di essere supervisionati con regolarità. Gli operatori di craniosacrale devono ricevere un anno di supervisione dopo il diploma. Una buona supervisione instilla una fiducia genuina in voi stessi, vi mette in grado di identificare i punti deboli trovando il modo per superarli o compensarli, di rinnovare vacillanti entusiasmi. Un buon supervisore è una risorsa, una spalla su cui piangere, un orecchio che ascolta e vi fornisce uno spazio per assestarvi e ascoltare la vostra voce interiore. Ci sono diversi modelli di supervisione.

La supervisione tra pari, si riferisce a due o più colleghi che si incontrano e parlano di lavoro. Questo richiede una certa disciplina per essere sicuri che il tempo non venga sprecato a bere del tè e spettegolare. Regole di base devono essere stabilite su quanto tempo una persona ha a disposizione per parlare, e deve esserci un accordo sulle questioni da affrontare e così via. I vantaggi della supervisione tra pari sono la gratuità e il fatto di parlare con persone che, essendo nella vostra medesima situazione, vi possono far sentire più sostenuti. D’altra parte, il consiglio, le risorse e il livello di supporto, sono più limitati di quelli messi a disposizione da un collega più vecchio.

Quindi c’è la supervisione formale, in cui si paga qualcuno che ha più esperienza, che è qualificato o che si è formato per fare supervisione. In questa relazione il supervisore ha un certo grado di responsabilità nei confronti dell’operatore e del suo lavoro. Entrambe, la supervisione tra pari e la supervisione formale, possono essere individuali o di gruppo. La prima fornisce tempo e attenzione e la seconda dà l’opportunità d’imparare dalle altre persone del gruppo.

Quali sono le funzioni della supervisione? Il supporto, sia pratico che emotivo, è uno degli aspetti principali. Il nuovo operatore, avendo lasciato l’agio e la sicurezza del gruppo di formazione, potrebbe trovare un po’ di difficoltà nel costruire un’attività o nel trovare clienti. Un supervisore dovrebbe essere in grado di dare consigli di marketing, su siti internet e di diffusione, di raccomandare cliniche o centri che potrebbero affittare uno spazio. Lei o lui può essere d’aiuto con quei piccoli problemi che ognuno incontra all’inizio. Ecco alcuni esempi. Paul era dislessico e malgrado i suoi speciali programmi di computer portava sempre il suo materiale pubblicitario al supervisore perchè lo controllasse. Shelley aveva affittato uno spazio in un ambulatorio, e quando un consistente numero di clienti cancellò gli appuntamenti si ritrovò senza soldi. Ebbe bisogno di lavorare su una politica delle cancellazioni che si adattasse al suo caso, e sul modo migliore per comunicarlo ai clienti. Il suo supervisore la aiutò finché Shelly non trovò un modo professionale per comunicare con i propri clienti, con il giusto equilibrio di risolutezza e affabilità.

Se incontrate lo stesso supervisore nel corso del tempo, lui o lei avrebbe modo di sviluppare una visione ampia del vostro lavoro, da questa prospettiva diventerebbe in grado di fornire consigli sul vostro attuale sviluppo professionale. Lei, o lui, potrebbe consigliarvi un libro, degli articoli e dei seminari post-diploma in linea con i vostri interessi, aiutarvi a collaborare con altri operatori se state lavorando in un campo specialistico, o suggerirvi di esplorare altre terapie complementari per stimolare un nuovo apprendimento.

Anche il supporto emotivo è importante. La vita di un terapista complementare può essere solitaria. Alcuni di noi lavorano in centri dove è possibile confrontarsi con gli altri durante la pausa. Sono pochi probabilmente quelli che fanno parte di una squadra che si riunisce regolarmente, ma molti di noi lavorano da soli, trovandosi isolati. Le storie che i nostri clienti ci raccontano sono confidenziali e non sarebbe giusto, o professionale, raccontare ai nostri cari o alle persone a noi vicine quello che abbiamo sentito. Ma talvolta possiamo solo sostenere e testimoniare il dolore e la sofferenza dell’altro senza esserne sopraffatti. Un buon supervisore a questo punto è incomparabile rispetto a qualsiasi altra risorsa possiate avere. Come nel caso della relazione cliente-operatore, qualsiasi cosa venga detta nella relazione supervisionato-supervisore è confidenziale. Il solo fatto di poter condividere con un’altra persona, specialmente con una che ha avuto esperienze simili, mitiga l’isolamento e offre lo spazio per sfogarvi. Questo si applica particolarmente alle persone che lavorano con certe categorie di clienti. Persone che si stanno disintossicando dall’abuso di stupefacenti, persone con malattie terminali o persone che hanno subito un lutto recente, possono suscitare problematiche in ognuno di noi. Una buona supervisione a volte fornisce sia il supporto emotivo che pratico. Ecco un esempio. John era un padre solo che si era da poco diplomato come omeopata. Abbiamo dedicato molto tempo nelle sue sessioni di supervisione a valutare i pro e i contro delle differenti cliniche dove avrebbe potuto lavorare, soprattutto su come conciliare le sue esigenze di cura dei figli. Sospettai che sotto le sue preoccupazioni di natura pratica c’era una mancanza di fiducia in se stesso, così gli chiesi di chiudere gli occhi e di immaginarsi in ognuno degli eventuali luoghi di lavoro, verificando con il corpo quanto si sentisse a proprio agio in ognuna di quelle stanze. Abbastanza sicuro, scelse la clinica per lavorare che lo supportò maggiormente senza pretendere troppo da lui.

La supervisione può essere educativa. Kelly, una delle ragazze a cui faccio supervisione, fu contattata da una giovane donna con una grave scoliosi supportata da una barra di metallo vicino alla colonna. Diversi centri di bellezza nel centro di Londra si erano rifiutati di trattarla. Kelly era molto preoccupata di poter fare qualcosa che potesse procurare danno. Abbiamo parlato di ciò che doveva chiedere in questo caso, incluso il permesso di collaborare con il medico della donna. Poi ci siamo immaginate di essere nel corpo della cliente e, distese sul lettino, abbiamo sperimentato cuscinetti e cuscini per vedere di quale tipo di supporto avrebbe potuto aver bisogno.

A volte la supervisione può aiutare rispetto ai problemi di natura etica. Fran, una giovane in supervisione, era una psicoterapista che usava il massaggio per facilitare il rilascio delle emozioni. Un giorno arrivò piangendo e molto agitata: “L’ho veramente fatta grossa questa volta! Ho infranto tutte le regole!”. Quando si calmò mi raccontò della sua sessione con Bill il giorno precedente. Bill aveva sessant’anni e soffriva di una lieve paralisi cerebrale. Durante il trattamento aveva avuto un’erezione chiedendo a Fran di guardare. Intuitivamente lei aveva sentito che quella era la cosa giusta da fare. Gli aveva scoperto il pene solo per un momento e poi vi aveva rimesso sopra l’asciugamano. Dopo che Bill se ne era andato Fran era entrata nel panico, le era venuta la paranoia di poter essere espulsa dal registro professionale. Anch’io mi feci domande sull’eticità del suo comportamento. Quando ne parlammo, emerse la storia di Bill e le ragioni possibili dietro la sua richiesta. Lui si vergognava del suo corpo deformato e una delle ragioni per cui lavorava con Fran era di ricevere una testimonianza compassionevole del suo corpo. Non aveva mai avuto una relazione sessuale con una donna. Forse voleva solo una testimonianza della sua sessualità come del suo corpo? Fran di sicuro non si era sentita abusata e non aveva tratto vantaggio dalla richiesta di Bill. Decidemmo che avrebbe dovuto parlare con Bill dell’incidente e, se necessario, stabilire con chiarezza cosa era accettabile (osservare) e cosa no (toccare o qualsiasi cosa oltre). Aveva bisogno che fosse chiaro con se stessa che lei aveva una relazione professionale con Bill e non sessuale. Usammo il role playing per trovare il modo migliore per comunicare queste cose al cliente.

Come trovare un supervisore? Se le vostre questioni sono pratiche o relative alle vostre abilità terapeutiche, contattate la vostra organizzazione professionale. Se avete bisogno di un supporto emotivo, o avete difficoltà nell’ambito della relazione terapeutica, potreste contattare un associazione di counselling e psicoterapia per ricevere un elenco di supervisori nella vostra area. Un supervisore preparato non dovrebbe aver bisogno di sapere molto della terapia che praticate per aiutarvi in questi campi. SU FOX

Leggi anche dal libro “Il canto degli uccelli è un cinguettio di silenzio meditativo. Restituito da rami colmi di frullio, e io sono quiete, veramente in quiete, in una luce filosofica. Sono tutt’orecchi nella mia voliera sulla riva. Il mio respiro è disposto a verità da sussurrare da invisibilità nascoste e la sacralità con cui avventurosi piccoli uccelli vivono sempre…” (Douglas Dunn, “The Year’s Afternoon”, 2000, p.3)

Ascolto Chi parla in questa poesia si sta prendendo tre ore di tregua dalla vita ordinaria, dai suoi programmi, dalle sue pretese, da qualche parte tra gli alberi e i prati. E’ così in quiete che “sprofonda come una lenta radice”. Descrive il rimanere in ascolto, pienamente consapevole e completamente presente, perché la verità si dispieghi. Quanto spesso noi ascoltiamo veramente le nostre voci interiori, il silenzio imprigionato nel rumore intorno a noi, le verità nascoste? E il fondamentale articolo di Cherriona Menzam Transfert, Ombra e Biodinamica


Intervisione tra pari – Modello Centro Medico Santagostino

La ricerca scientifica dimostra che, per esercitare bene la sua professione, lo psicoterapeuta dovrebbe periodicamente confrontarsi con altri colleghi in grado di fornire un parere obiettivo sul suo operato. Di solito i terapeuti ricorrono alla supervisione di un esperto, ma in alcune realtà – come il Centro Medico Santagostino – si sta affermando il modello dell’intervisione tra pari, più agile e spesso più arricchente e formativa. È esperienza comune, per un terapeuta che si trova ad affrontare un caso complesso, richiedere un confronto ad altri colleghi. Questo confronto può avvenire secondo due modalità: la supervisione e l’intervisione. Quando si parla di supervisione, in genere si fa riferimento a una relazione tra due professionisti, uno dei quali è più esperto, che riflettono insieme circa il lavoro del meno esperto. Il concetto di intervisione implica invece un contesto nel quale più professionisti, con un livello di preparazione equivalente, riflettono intorno alle loro prassi, supportandosi reciprocamente nel miglioramento delle proprie competenze. Alcune ricerche recenti, come quelle di Scott Miller, hanno dimostrato che il modello della supervisione è meno efficace di quanto si è finora pensato, sia perché il terapeuta spesso evita di portare i casi più “fallimentari”, sia perché in molti casi la supervisione aiuta soprattutto a essere coerenti con il proprio modello terapeutico. Per migliorare la propria professionalità è invece più utile lavorare sui casi in cui si è davvero inadeguati, come i drop out (i pazienti che abbandonano la terapia). Il confronto tra pari, che in genere è un contesto più diretto e meno inibente rispetto alla relazione con un proprio docente, aiuta ad affrontare anche i casi più difficili. Inoltre, se l’intervisione avviene tra terapeuti con diversi paradigmi teorici di riferimento, si è portati ad affrontare gli aspetti più pratici e concreti della terapia. Infine, l’intervisione offre l’opportunità di apprendere da chi ha un’esperienza e un orientamento diverso rispetto a chi presenta il caso. In altre parole le intervisioni, se attuate con determinati presupposti organizzativi e clinici, permettono una serie di vantaggi.

I “fattori aspecifici”

Il team del Dipartimento di Psichiatria e Psicoterapia del Centro Medico Santagostino è attualmente formato da oltre 100 psicoterapeuti di quasi tutti gli orientamenti teorici. Un gruppo di professionisti di tali dimensioni e con formazioni così diversificate pone un problema importante di integrazione tra approcci diversi e di costruzione di un linguaggio clinico comune. Nell’esperienza del Santagostino, questo linguaggio è stato costruito attorno ai “fattori aspecifici del trattamento”, termine con il quale si fa riferimento a quegli elementi comuni a tutte le psicoterapie e ai fattori inerenti alla relazione cliente-terapeuta: alleanza terapeutica, empatia, consenso su obiettivi e collaborazione, considerazione positiva, congruenza, autenticità, riparazione delle rotture dell’alleanza, gestione del controtransfert, qualità delle interpretazioni relazionali. Secondo diverse ricerche, tra cui quelle di Michael Lambert e Dean Barley (2001), questi fattori sarebbero alla base degli esiti positivi del processo terapeutico nella misura del 30 per cento. Il 15 per cento sarebbe invece ascrivibile alle tecniche, un altro 15 per cento all’effetto placebo e il restante 40 per cento a fattori extraterapeutici che intervengono nella vita del paziente, per esempio l’inizio di una nuova relazione o un cambiamento lavorativo.

Gli obiettivi dell’intervisione

A partire da queste premesse ci si è posti il problema metodologico di come strutturare un setting di intervisione supportato dalla ricerca empirica, che permettesse di perseguire i seguenti obiettivi:

  • migliorare la competenza dei terapeuti, la personalizzazione del trattamento e quindi l’efficacia del processo di cura;
  • individuare “fatti” clinici in modo specifico e chiaro, consentendo a terapeuti di formazione differente di costruire su una base solida una formulazione condivisa del funzionamento del paziente, successivamente integrabile dalle considerazioni e dalle ipotesi formulate in base alla propria esperienza e alla propria formazione;
  • identificare con maggiore facilità errori o difetti nella conduzione del trattamento, ma anche evidenziare gli interventi più adeguati. In questo percorso il team è stato supportato dal Gruppo Zoe, coordinato dallo psichiatra e psicoterapeuta Emilio Fava, per l’individuazione di strumenti adeguati e la formazione dell’équipe al loro utilizzo.

Gli strumenti utilizzati

Attraverso l’intervisione, terapeuti di formazione differente si riuniscono periodicamente in gruppi di 5 o 6 persone per discutere i casi clinici in cui riscontrano difficoltà. Per inquadrarli e confrontarsi tra loro utilizzano questi strumenti:

  • Il modello CCRT (Core Conflictual Relationship Theme) elaborato nel 1998 dal Lester Lubosky: serve a individuare il tema conflittuale relazionale centrale. La valutazione di questo aspetto permette di formulare con cura e chiarezza i temi narrativi del paziente e le loro connessioni con il passato e il presente. In base agli episodi relazionali portati dal paziente si individuano i suoi bisogni, le sue intenzioni e i suoi desideri (Wish), le risposte attese o sperimentate da parte degli altri (RO) e le reazioni del soggetto stesso (RS).
  • L’asse IV del modello OPD-2, utile a riconoscere i deficit strutturali che caratterizzano il paziente in un dato momento, indipendentemente dalla diagnosi nosografico-descrittiva. Valutare la struttura di una persona significa in particolare considerare le sue capacità cognitive e la modalità con cui regola le relazioni (con sé e con gli altri).
  • L’IVAT 2, uno strumento di valutazione ideato nel 2002 da Antonello Colli e Vittorio Lingiardi, che permette di valutare l’alleanza terapeutica a partire dai trascritti di sedute. Con esso si mette a fuoco l’abilità nel costruire, mantenere, riconoscere e riparare le rotture dell’alleanza terapeutica.
  • Il modello ASCI (Analisi strutturale del comportamento sociale) di Lorna Benjamin, che si fonda sul presupposto che alla base delle interazioni umane si possa trovare una struttura invariata formata da tre dimensioni fondamentali, ovvero il Focus sull’evento relazionale, il grado di affiliazione dell’interazione e quello dell’Interdipendenza. Lo strumento permette di valutare l’abilità nel gestire la relazione interpersonale reale, adattandola allo stile di funzionamento del paziente.
  • La Scala di Heidelberg (OPD Taskforce, 2006) e il Modello transteorico (Norcross, Krebs & Prochaska, 2011) per individuare la fase del trattamento in cui si articola il cambiamento nel corso della terapia. La valutazione di questo aspetto parte dal presupposto che un intervento utile in una determinata fase o momento della terapia possa risultare inutile o perfino dannoso a seconda del momento in cui viene attuato. La personalizzazione del trattamento dovrà tenere conto dello specifico momento e della progressione delle fasi del cambiamento.

Il setting nel Santagostino

Dopo il percorso formativo, i terapeuti del Santagostino si sono organizzati in piccoli team di intervisione, formati da professionisti con orientamenti il più possibile diversificati (secondo il modello dell’integrazione dei differenti approcci in vista di una terapia personalizzata). L’intervisione si può svolgere a partire dal trascritto di una seduta, che successivamente viene analizzata utilizzando gli strumenti di valutazione. I gruppi si incontrano con una frequenza settimanale o quindicinale. Le sessioni di intervisione hanno una durata di una-due ore, durante cui si analizza un caso specifico presentato a turno dai diversi professionisti. Per il nucleo dei professionisti che si occupano delle prime visite, la supervisione da parte di un senior è incentrata sull’utilizzo del sistema OPD-2. Il passo successivo riguarderà la misurazione dell’efficacia del trattamento, dove ci si attende un miglioramento progressivo degli esiti in relazione al progressivo miglioramento delle competenze relative ai fattori aspecifici.


SUPERVISIONE

Durante il percorso formativo e professionale di uno psicoterapeuta la supervisione rappresenta una fase molto importante e necessaria per la propria crescita lavorativa e personale. Letteralmente, per supervisone s’intende l’attività di chi dirige e controlla l’esecuzione di un lavoro e si concretizza nell’osservazione di tutti i processi e di tutte le dinamiche presenti in una specifica situazione.

In ambito clinico, la richiesta di supervisione nasce da un’esperienza di disagio e/o di blocco che viene sperimentata dallo psicoterapeuta. Quest’ultimo si rivolge quindi ad un collega più esperto al fine di allargare l’orizzonte sul caso clinico che sta seguendo. Il supervisore studia il caso del paziente ed il rapporto che quest’ultimo ha con lo psicoterapeuta, ponendosi da un lato come guida per lo psicoterapeuta nella comprensione e conduzione della terapia, dall’altro aiutandolo a prendere consapevolezza delle dinamiche personali che possono interferire nel rapporto con il paziente stesso (controtransfert). La supervisione risulta essere particolarmente utile per avere una piena consapevolezza di sé come terapeuti, nei propri limiti e dei propri punti di forza: è uno stimolo fortissimo per l’autoanalisi di fronte ad errori legati a proprie problematiche ed al continuo aggiornamento della propria formazione.

La supervisione risulta essere fondamentale non solo in ambito clinico, ma anche in ambito sociale e sanitario per tutte quelle professioni (insegnanti, educatori, medici, infermieri, etc.) che sono esposte ad alti livelli di stress emotivo. In questo caso, la supervisione non è una psicoterapia di gruppo, ma un percorso in cui si prende coscienza dei problemi presenti in ambito relazionale con i colleghi, l’utenza, o con l’organizzazione presso cui si è inseriti. La supervisione permette di riflettere su come intervenire, promuovendo un certo grado di autonomia presso gli operatori per mantenere un adeguato livello motivazionale e prevenire fenomeni di burnout. In questi casi il supervisore è un esperto esterno all’organizzazione in cui si lavora.


INTERVISIONE

L’intervisione è uno spazio di riflessione, discussione e confronto tra “pari”: si impara gli uni dagli altri senza il coinvolgimento di un collega esperto (come avviene nella supervisione). I gruppi di intervisione possono essere omogenei, cioè formati solo da psicologi e psicoterapeuti oppure eterogenei, cioè formati da figure professionali diverse (infermieri, medici, psicologi e psicoterapeuti, educatori, ecc … ). Questo approccio facilita l’idea di co-costruzione, favorendo l’allargamento della cornice di osservazione dei problemi e delle soluzioni e agevolando il cambiamento del punto di vista.

Gli incontri d’intervisione consentono a ciascuno di rispecchiarsi nell’esperienza dell’altro favorendo maggiore consapevolezza circa il proprio ruolo, il contesto, i vincoli e le possibilità d’intervento. Il gruppo è autogestito dagli stessi partecipanti. Tutti sono corresponsabili della qualità degli incontri. A rotazione, ad ogni componente del gruppo sarà assegnata la conduzione della sessione portando all’attenzione del gruppo un caso clinico del quale si sta occupando e che presenta per lui una problematicità o una significatività, ed il gruppo è chiamato ad ascoltare e ad intervenire condividendo le proprie risonanze e suggerendo ipotesi di lavoro. Ciò permette di creare una rete culturale e professionale, e di favorire il mutuo e l’ auto aiuto professionale.

Definizione di Intervisione

Uno spazio rivolto a chi cerca una alternativa alla supervisione per le sue sedute di consulenza psicologica, ma può anche fungere da sostegno per quegli educatori che operano sul territorio senza una adeguata formazione. L’intervisione ha la potenzialità di offrire valide strategie di ricerca ed intervento sui casi in carico. Non c’è un conduttore di gruppo né di un supervisore, bensì di un ospite che agevola l’emergere delle dinamiche transferali che gli operatori si trovano a gestire nelle loro consulenze. Il facilitatore usa a questo scopo il pensiero associativo-analogico, lasciando poi che il materiale così emerso venga gestito direttamente dai partecipanti.

Alcune regole vengono seguite affinchè non si snaturi la filosofia dell’intervisione:

  1. non c’è l’esperto
  2. non c’è il giudizio Maggiori informazioni al sito: www.marcoavena.it

GRUPPO DI INTERVISIONE

Si tratta di un piccolo gruppo di colleghi psicologi psicoterapeuti che lavorano nella provincia di Livorno, nato a settembre del 2011. Ciascuno ha alle spalle percorsi formativi ed esperienze differenti e ci ritroviamo orientativamente una volta al mese per fare insieme un lavoro di intervisione ovvero di supervisione alla pari.

Oltre a ciò il gruppo svolge altre funzioni a cui accenno brevemente: è uno spazio che offre stimoli, possibilità di riflessione, di sostegno, di condivisione, di discussione e di sperimentazione di possibili idee e progetti. Il gruppo è nato e cresciuto su alcuni semplici presupposti:

  • la voglia di creare rete e collaborazione
  • la possibilità di procedere in un rapporto paritario, senza alcuna gerarchia interna al gruppo
  • assenza di un leader nel senso che ci si autoregola a vicenda e ciascuno si assume la responsabilità di partecipare attivamente
  • unico ruolo previsto è quello di un referente che comunica e coordina il calendario degli incontri (a girare tutti possono rivestire questo ruolo)
  • il luogo degli incontri è mobile nel senso che di volta in volta ci spostiamo nello studio di chi di noi è disponibile in tal senso
  • la voglia di crescere umanamente e professionalmente come persone e come gruppo

I colleghi psicoterapeuti interessati ad entrare nel gruppo, che ne condividono i presupposti, possono contattarmi e sarò ben lieta di traghettarli all’interno di questa straordinaria esperienza. La partecipazione agli incontri non prevede costi monetari.


La covisione come strumento di valutazione del lavoro clinico

Dott.ssa Gina Cadeddu

Osservazioni sui processi nei gruppi di covisione Da bambina mi regalarono un caleidoscopio. Scoprii un gioco che aveva una caratteristica unica: non potevo e non riuscivo a scegliere quale fosse l’immagine migliore. Tutte mi lasciavano meravigliata, contenta, esterrefatta. Così può essere concepito il modo con cui guardare alle teorie, fenomeni percettivi stabilizzati che, presi alcuni elementi, li assemblano per fornire una visione della realtà osservata. La covisione tra pari si fonda sulla validità della molteplicità percettiva che esclude a priori una graduatoria di merito. Nella covisione, piuttosto, vengono osservate le visioni/immagini che si producono a partire dall’ascolto del materiale e tale prassi può essere considerata tra gli strumenti di valutazione qualitativa dei percorsi clinici.

Questa relazione nasce con l’idea di riflettere insieme sull’utilizzo di uno strumento quale il gruppo di covisione per valutare non tanto l’outcome (esito) piuttosto il nostro intento è riflettere su ciò che viene definito l’effectiveness dell’intervento clinico. Si tratta di una dimensione in cui, per esempio, si può osservare quanto l’intervento clinico abbia aumentato alcune capacità quali la mentalizzazione, la comprensione di sé, la gestione delle relazioni interpersonali, l’autostima, ecc. Come valutare il nostro lavoro è da sempre oggetto di studio. Qualitativamente e quantitativamente parlando sono stati tracciati e utilizzati strumenti diversi, questionari, test, retest, supervisioni, inchieste, ecc. L’introduzione della metodologia della valutazione in un campo complesso ed eterogeneo qual’ è quello della salute mentale, sostiene R. Barone (pag 112 Gruppo analisi e comunità terapeutica), rappresenta oggi una vera e propria sfida in quanto non è affatto facile intraprendere questo tipo di percorso date le difficoltà preliminari di delimitazione-misurazione.

D’altra parte, valutare l’effectiveness di una cura rientra oggi tra le verifiche basate sull’evidenza e si pone come obiettivo importante sia per gli operatori dei servizi pubblici sia per i professionisti del privato o del privato sociale. Nel SSN, i processi di aziendalizzazione tendono ad assicurare al cittadino livelli essenziali ed uniformi di assistenza e a tal fine i servizi territoriali sono interessati a valutare i reali esiti degli interventi realizzati. Si tratta, qui, di una effectiveness che deve essere riscontrabile direttamente sul campo, che per far ciò deve anche diffondere la cultura ed il metodo di una valutazione routinaria dove siano gli stessi clinici che fanno l’intervento gli operatori che poi lo valutano e lo verificano e non dei ricercatori estranei al Servizio.

Spesso sono maggiormente percorribili forme di valutazione quantitativa per la facilità e la velocità che richiedono senza troppo aumentare la fatica ed il carico di lavoro degli operatori sanitari e sociali. Molto diffusa è anche l’idea proveniente da autorevoli esperienze sul versante qualitativo della valutazione che una buona prassi clinica si possa o si debba avvantaggiare dei percorsi formativi della supervisione clinica dei gruppi di lavoro. Lo strumento della supervisione aumenta la qualità lavorativa e la capacità di essere efficace nella cura sia come equipe, sia come Servizio. (Costantini, 2000, Piper, Joyce, 2000).

La realtà quotidiana, soprattutto in Sardegna, contesto in cui opero nell’ultimo decennio, è che si fatichi a programmare ed ad avere finanziamenti continuativi per la supervisione clinica. La Sanità, ormai da tempo, obbliga medici, psicologi, infermieri, all’aggiornamento continuo attraverso i famosi ECM che spesso, soprattutto nei Servizi Pubblici, impegnano nell’individuare proposte formative sufficientemente adattate sia ad un reale ed organico aggiornamento degli operatori, sia al miglioramento generale del funzionamento dei gruppi di lavoro.

A partire dal 2010, dopo numerose esperienze di supervisioni individuali, gruppali, istituzionali in differenti contesti clinici: comunità terapeutica psichiatrica, ASL, Servizio Sociale, ecc., sono stata accolta in un gruppo di covisione esistente già dal 2003 composto da colleghi, psichiatri e psicologi provenienti da varie parti della Sardegna e da contesti clinici differenti : pratica clinica in ASL diverse, pratica clinica come professionisti del privato o del privato sociale.

A distanza di tre anni, la partecipazione al gruppo di covisione, che si è modificato nelle sua organizzazione e nelle sue procedure metodologiche, in base alle esperienze vissute, mi ha condotto al desiderio di riflettere e condividere con voi osservazioni e risultati. La covisione tra pari si basa sul presupposto che un gruppo di professionisti, senza alcun conduttore, possa strutturare delle funzioni cognitive ed affettive atte a rielaborare il materiale clinico presentato di volta in volta da uno dei partecipanti con esiti sia di verifica del lavoro della coppia terapeuta/paziente, sia di empowerment delle capacità professionali del singolo e del gruppo.

Cosa dia dignità teorica ed epistemologica al mettere insieme dati provenienti da persone diverse che percepiscono necessariamente la realtà nei suoi poliedrici aspetti, lo sosteneva già Jung in Tipi psicologici (pag. 13): “Nella costruzione delle teorie e dei concetti scientifici molto dipende da quel che di accidentale può esservi nella personalità dell’indagatore. Esiste, oltre a un’equazione personale psicofisica, anche un’equazione personale psicologica. Noi possiamo vedere i colori ma non le lunghezze d’onda…. L’equazione personale entra in azione sin dal momento dell’osservazione, giacchè si vede ciò che la propria individualità consente di vedere.”

In tal senso le teorie, le osservazioni, le percezioni non riescono ad essere o cogliere la totalità ma si presentano piuttosto come “occhiali” diversi per ognuno di noi, attraverso i quali è possibile percepire la realtà. Jung sostiene, infatti, che: “….ancor più che durante l’osservazione, l’equazione psicologica personale si fa sentire nella descrizione o nell’esposizione dei dati raccolti per non parlare poi dell’interpretazione e dell’astrazione cui viene sottoposto il materiale offertoci dall’esperienza ….” (pag. 13)

Foulkes (1948) sostiene che nel gruppo il conduttore dovrebbe essere un pari tra pari e in questo senso il gruppo di covisione permette con la sua organizzazione la realizzazione dell’auspicata parità tra i componenti. La covisione è stata anche definita come una sorta di cura epistemologica (Ceruti, Lo Verso 1998) delle prassi terapeutiche utilizzate dai partecipanti attraverso la loro rilettura proveniente dall’immersione nella più ampia dinamica gruppale. Anche R. Barone (2002 pag. 102 op. cit.) propone una trasformazione del modo di intendere la supervisione gruppoanalitica tale da poterla considerare una co-visione.

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