Trump e gli psichiatri: tra narcisismo maligno e strategie politiche

Trump e gli psichiatri: tra narcisismo maligno e strategie politiche

Di Oliviero Ponte Di Pino – 27 Febbraio 2026

Dai tempi del cavallo di Caligola, la follia dei potenti è al centro del pettegolezzo politico e della riflessione storica. Nella Bibbia incontriamo sovrani che impazziscono, come il babilonese Nabucodonosor e il re d’Israele Saul.

Nell’Europa Occidentale, Giovanna di Castiglia aveva riunito le corone di Castiglia e d’Aragona prima di essere soprannominata “La Pazza”. Carlo VI di Francia “Il Folle” pensava di essere fatto di vetro ed era terrorizzato dalla possibilità che qualcuno lo toccasse, mandandolo in frantumi. Negli ultimi anni del suo regno Giorgio III d’Inghilterra, dopo aver dato a lungo evidenti segni di squilibrio, venne affiancato come reggente dal figlio, il futuro Giorgio IV. Gian Gastone, l’ultimo dei Medici, visse per anni come un hikikomori su un sudicio divano.

Si è molto discusso delle possibili patologie di Adolf Hitler (la diagnosi: una miscela di disturbi della personalità e psicosi, tra cui paranoia, narcisismo maligno e tratti psicopatici) e della sua cricca. Il tema è tornato d’attualità con il film Norimberga: ma i gerarchi nazisti non avevano evidenti patologie psichiche (vedi su Doppiozero Marco Ercolani, Norimberga: i gerarchi e lo psichiatra).


Il declino di Biden e le incognite su The Donald

Nel 2024, Donald Trump aveva costruito la sua campagna elettorale sul declino cognitivo dell’anziano presidente Joe Biden, divenuto evidente nel loro ultimo faccia a faccia elettorale televisivo. La disastrosa esibizione di Sleepy Joe – Joe il Dormiglione – ha dato la spinta decisiva per riportare Trump alla Casa Bianca.

Nel 2021 il settantottenne Joe Biden era diventato il presidente più anziano della storia degli Stati Uniti. Il giorno del suo insediamento, il 20 gennaio 2025, Donald Trump era di 142 giorni più anziano. The Donald rivendica una salute di ferro e una genetica fuori del comune. Tuttavia, dopo averlo visto all’opera nel suo secondo mandato, sono sempre più numerosi gli osservatori che si interrogano sulle sue condizioni.

La salute fisica: vedi i misteriosi lividi sulla mano destra comparsi nel luglio del 2025. Ma soprattutto quella psichica: vedi i discorsi spesso incoerenti, le divagazioni fuori luogo, i repentini cambi d’opinione, i pisolini durante gli eventi ufficiali, la compulsiva attività social, soprattutto notturna, con oltre 6600 messaggi su Truth (il canale di sua proprietà) nel 2025… Poi c’è la megalomania egocentrica che l’ha portato per esempio nel dicembre 2025 a cambiare il nome del Kennedy Center di Washington, facendolo diventare Donald J. Trump and John F. Kennedy Memorial Center for the Performing Arts. E a progettare per la capitale americana un Arco di Trionfo molto più grande del modello che ha ammirato di recente a Parigi.

Le radici familiari: il ritratto di Mary L. Trump

Nel dicembre 2025 la capa di gabinetto della Casa Bianca, Susie Wiles, in un’intervista a Vanity Fair si era lasciata sfuggire che Trump, anche se beve solo Diet Coke, «ha una personalità da alcolizzato».

Tra i primi a esprimere grandi preoccupazioni sulla sua personalità era stata la figlia di Fred Trump II, il fratello maggiore di Donald: nel 2020 Mary L. Trump aveva pubblicato il memoir Too Much and Never Enough: How My Family Created the World’s Most Dangerous Man, che in Usa ha venduto un milione di copie nella prima settimana e che ora esce in Italia in versione aggiornata da UTET con il titolo Sempre troppo e mai abbastanza.

È un ritratto rivelatore:

“Mio zio è stato un ragazzino viziato cui pochi hanno detto di no. Una cosa per me sconcertante perché, in realtà, è un uomo debole, incapace di gestire le situazioni ostili.”

Ha raccontato ad Anna Lombardi (il venerdì, 13 febbraio 2026): “Quando ancora frequentavo la casa dei nonni, mio zio era sempre al centro dell’attenzione. Tutti si rivolgevano a lui e ne era evidentemente lusingato”.

A proposito del rapporto con l’avvocato Ray Cohn, consulente del senatore Joseph McCarthy, radiato dall’ordine nel 1986 e morto poco dopo per AIDS, Mary L. Trump ricorda: “Fu ancora una volta il nonno, di cui Roy Cohn era amico, ad affidarglielo. Quindi anche le radici di quell’atteggiamento vanno rintracciate in famiglia. Poi, certo, trovando terreno fertile, Cohn ebbe un’ampia influenza negativa di Don. Il nonno gli aveva insegnato a non assumersi mai la responsabilità di nulla. Cohn aggiunse un livello di aggressività che prima non c’era”.

Il Narcisismo Maligno e il pericolo per la Nazione

La psichiatra forense Bandy Lee, ex docente della Yale School of Medicine, ha raccolto nel volume The Dangerous Case of Donald Trump (2017) le diagnosi di 27 psichiatri, psicologi ed esperti di salute mentale, per concludere che il presidente non era adatto a governare e costituiva un grave pericolo per la nazione.

In sintesi, Donald Trump manifesterebbe tratti riconducibili al narcisismo maligno, una combinazione di narcisismo, psicopatia, sadismo e paranoia.

Alla costruzione della personalità di Trump si è dedicato anche Stefano Massini, che nel 2025 gli ha dedicato un monologo che sta girando con successo l’Italia, e che accompagna il protagonista dall’infanzia fino alla discesa in campo:

“È una storia, secondo me, straordinaria perché shakespeariana: c’è la mania del potere, il suo sviluppo esponenziale. È uno spettacolo che si sbilancia totalmente verso una forma di mania: del possesso, dell’accumulo. È uno spettacolo che procede per una forma quasi insostenibile – kitsch, pacchiana – di sovrapposizioni continue, di segni, di conquiste, di colpi di scena; ed è Trump.”

Continua Massini: “Trump è la costruzione di questa ascesa, è l’apoteosi degli anni ’80, vedi la Trump Tower, un monumento che rappresenta la forza di quest’uomo che allora aveva poco più che trent’anni. Più tardi, il capitombolo micidiale degli anni ’90, le bancarotte in sequenza, l’ossessione di salvarsi e la ripartenza dallo zero. Per questo è una bella storia, perché non è lineare, è contraddittoria, ricca di incoerenze, di asimmetrie”.

Quello che emerge da questo monologo non è necessariamente il ritratto di un pazzo. Di recente Massini ha avvertito che “la pazzia scalmanata di certi sovrani è da sempre più una strategia che una patologia”.

Leader, giullari e impostori: il ruolo del Narcisista

La sgangherata aggressività del maschio alfa può ispirare una efficace strategia di management, come lascia intuire Manfred F.R. Kets de Vries, autore di un piccolo classico, Leader, giullari e impostori, ripubblicato da Cortina nel 2019. Di recente questo psicologo e teorico del management ha dissezionato Il leader narcisista (Cortina, Milano, 2026), risalendo fino al mito greco, per spiegare che la vicenda di Narciso “non riguarda solo un giovane uomo pieno di sé”: sotto la superficie, “scopriremo anime emotivamente storpie, individui coinvolti in un discorso autoreferenziale, affetti da quello che può essere definito un disturbo di deficit di attenzione”.

I narcisisti, essenzialmente privi di empatia o di compassione verso gli altri, vivono nel timore di non sentirsi mai abbastanza straordinari da essere notati, amati e dunque “in un cantuccio della loro anima si nasconde un piccolo bimbo spaventato”.

Una certa dose di narcisismo è indispensabile per sopravvivere. È dunque possibile distinguere:

  • Un narcisismo costruttivo
  • Un narcisismo reattivo ed eccessivo, che non tollera il disaccordo né la critica (il narcisista maligno).

Lo spirito del capitalismo, nota de Vries, alimenta narcisismo, avidità e invidia: queste caratteristiche appaiono perfettamente funzionali al sistema. Il narcisista può anche essere illuminato da un irresistibile carisma: estrema fiducia in sé stesso, energia, propensione ad assumersi rischi e abilità oratoria possono contribuire a una leadership ispiratrice.

Ma è una leadership pericolosa, dove convergono arroganza e postura da “giudice giusto ma implacabile”, in un mix che lo investe di un grandioso ruolo salvifico. Per De Vries il narcisista maligno si distingue dal narcisista costruttivo per il sadismo: fa gratuitamente del male agli altri, avendo poco o nessun rimorso per il danno inflitto. Leader come Donald Trump, Recep Tayyip Erdogan, Viktor Orbán e Narendra Modi hanno seguito un copione simile.

La “Regola di Goldwater” e le responsabilità degli elettori

Ad affrontare il tema delle possibili patologie trumpiane era stato una decina d’anni fa Allen Frances, docente di psichiatria che ha curato la precedente edizione del DSM, autore di L’America di Trump all’esame di uno psichiatra (Bollati Boringhieri).

Frances ricorda la “regola di Goldwater”. Durante le elezioni presidenziali del 1964 alcuni psichiatri di sinistra avevano “medicalizzato” il loro astio politico contro il candidato repubblicano: dopo quell’episodio, l’American Psychiatric Association vietò ai suoi soci di fare diagnosi su personalità pubbliche che non hanno mai incontrato.

A Frances, Trump non gli sta certo simpatico: “Abbiamo avuto la nostra bella dose di presidenti stupidi, impulsivi, bugiardi, ignoranti, narcisisti, bellicosi, complottisti e imprevedibili – ma mai un presidente ha incarnato così alla perfezione queste caratteristiche spregevoli tutte quante insieme”.

Tuttavia, impiegare gli strumenti della psichiatria per screditare Trump porta a gravi conseguenze:

  1. Aumenta lo stigma per gli altri pazienti psichiatrici (che in genere non sono animati da cattive intenzioni).
  2. Sottostima Trump, distogliendo l’attenzione dai veri pericoli politici.
  3. Ignora i sostituti: figure come J.D. Vance e Marco Rubio rischiano di essere peggiori del loro boss.

Il problema, spiega con chiarezza Frances, non è Trump. Oggi non subiamo più i sovrani per volontà divina. Siamo in democrazia. Il problema siamo noi, gli elettori che si fanno ammaliare da queste “anime emotivamente storpie” e dai loro slogan.

Trump e soci possono anche essere un manipolo di narcisisti maligni. Ma la vera patologia è quella di nazioni che si perdono dietro a personalità tossiche, rispecchiandosi in esse. Non serve ripetersi che l’attuale inquilino della Casa Bianca è un pazzo. Il problema è prettamente politico.

Forse un indizio utile ce l’ha dato nel 2017 il suo ex amico, il finanziere Jeffrey Epstein, quando in una mail è sbottato: “Il mondo non capisce quanto è stupido Trump”. Il vero problema, avverte de Vries, è che è quasi impossibile liberarsi di un narcisista maligno una volta giunto al vertice, anche perché si circonda di un seguito adorante che ne alimenta i tratti peggiori.

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