Ipazia sono io
Ipazia sono io, che scrivo d’Ipazia.
È iniziata così.
Poi, a ruota, altre sessantamila parole.
Sessantamila foglie destinate a un autunno di vento e a un inverno impietoso.
Che ne rimarrà?
Devo metterle al sicuro dai capricci del tempo.
Non sono tanto preziose da meritare accorgimenti speciali.
Preziose o no, ormai ci sono, e le devo custodire.
Mostrarle.
A un pubblico.
Da conquistare.
Questo il modo migliore per metterle al riparo.
Affidare sessantamila parole, fragili come foglie, a un pubblico.
Ho bisogno di un pubblico.
Ho bisogno di spettatori.
Ne basterà uno.
Lo chiamerò Spettatore, e sarà un fantasma della maturità.